Nelle sale in questi giorni il film diretto da James Vanderbilt ci porta indietro fino al 1946, quando, finita la seconda guerra mondiale, ventidue gerarchi nazisti vennero giudicati a Norimberga in un processo internazionale. Per la prima volta nella storia le maggiori potenze mondiali si unirono per cooperare insieme, nella consapevolezza che la stessa guerra, anche se iniziata da un singolo Stato, d’ora in poi sarebbe stata sempre una guerra mondiale: la tecnologia e la bomba atomica rendevano ora ogni guerra potenzialmente distruttiva per tutto il pianeta, e non sarebbe stato più ammissibile alcun conflitto generato da potenti scellerati che abusavano del proprio potere di fronte agli altri Stati. Venne così rapidamente istituito dal nulla un tribunale internazionale in cui i sopravvissuti gerarchi nazisti vennero processati per crimini di guerra e contro il genere umano, in particolare l’olocausto che ha visto l’abominevole sterminio di 6 milioni di ebrei (ma le ultime stime dicono fino a 20) in ben 1200 campi di concentramento e in modalità terribili e raccapriccianti. Facciamo risalire a questo processo la nascita del Diritto Internazionale, oggi stralciato ad esempio da Vladimir Putin, Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Un film dunque importantissimo per i nostri giorni, sia per ricordare come i nazisti, proprio come loro, presero il potere sotto gli occhi di tutti, e cominciarono a invadere paesi limitrofi con le stesse giustificazioni di “ordine pubblico” e “sicurezza” che portano oggi questi nuovi gerarchi del mondo, sia per capire che allo stesso modo i nazisti cercarono di nascondere genocidi e crimini omofobi e razzisti contro semplici cittadini disarmati e integrati nella società.
Come è possibile che siano proprio le persone alla guida di un paese, spesso proprio quelle elette dai cittadini, a finire in questi giorni così rapidamente a stralciare i diritti umani e degli altri Stati, e a macchiarsi di crimini così terribili senza che i cittadini glielo impediscano? Come Trump ad esempio per “rendere ancora grande l’America”, istituendo un organo di polizia con poteri speciali come l’ICE, allo stesso modo di come i nazisti fecero con la Gestapo, e minacciando altri Stati sovrani come la Groenlandia per “motivi di sicurezza strategica”; o come ha fatto Putin con l’Ucraina e come sta facendo con gli altri Stati limitrofi, per “far tornare forte la Russia ridotta e indebolita dalla Nato”, o per “proteggersi dai criminali Ucraini”, minacciando persino l’uso di armi nucleari. O ancora come ha fatto Netanyahu, che per “motivi di sicurezza nazionale” ha risposto all’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, in cui furono sì uccisi 1200 israeliani, ma non da un organo militare statale, un esercito come quello israeliano che ha subito dopo invaso lo Stato della Palestina radendo al suolo Gaza con caccia militari, missili e carri armati, causando la morte di più di 71300 civili. Quindi oggi Norimberga non intende fare un’esegesi della Germania nazista, ma di ogni atteggiamento umano che tende alla psicopatia del potere e dell’imperialismo, perché “l’unico indizio su ciò che l’uomo può fare è ciò che l’uomo ha fatto”, come dice la frase del filosofo Collingwood a fine film. Allo stesso modo in cui fecero i nazisti dietro l’alto ideale di “rendere grande la Germania” indebolita dopo il primo conflitto mondiale, ci rendiamo gradualmente conto che stanno facendo e hanno in parte già fatto gli odierni gerarchi, e che noi glielo stiamo permettendo. Iniziamo perciò a precisare che ogni volta che vengono usate queste giustificazioni – ordine pubblico, sicurezza strategica nazionale, o ritornare alla grandezza e alla forza della nazione – utilizzando azioni militari aggressive, repressive o punitive, si sta già attuando una psicologia nazista, ed è legittimo parlare di nuovo nazismo. Il film ci fa vedere come e perché.

Attenzione spoiler!
Aldilà della pregiata regia e recitazione dei protagonisti Russel Crowe – nei panni di Hermann Göring, il führer designato braccio destro di Hitler e secondo uomo più potente della Germania nazista -, e Rami Malek – nei panni di Douglas Kelley, psichiatra dell’esercito americano a cui viene affidato il compito di tracciare un profilo psicologico dei ventidue imputati nazisti, tra cui lo stesso Göring -, nel film è notevole il tentativo di non fermarsi al genere storico-documentaristico, e nemmeno di addentrarsi solamente nella macchina nazista, come già molti film hanno fatto in precedenza; ma di voler partire proprio da delle premesse imparziali, le stesse del giuramento di Ippocrate del dottor Kelley e del rapporto terapeutico tra analista e paziente. Anzitutto, il compito di Kelley non si limita alla sola psicoanalisi dei gerarchi: è suo dovere anche mantenerli in vita in vista del processo, evitando che possano suicidarsi come fecero Hitler, Goebbels e Himmler. Göring è il gerarca con cui Kelley riesce a instaurare il rapporto più stretto, arrivando a ottenerne la fiducia, ma rimanendone anche ampiamente suggestionato, come succede per il transfert della relazione analitica. Ma è questo un pericolo da evitare, o è forse un passaggio obbligato?
Göring è un uomo narcisista e manipolatore, capace a tratti di invertire i ruoli tra psichiatra e paziente. Ma mostra un’estrema sicurezza in sé stesso e una forte coerenza morale, sollevando la questione che “la guerra è guerra” e che allora anche i russi e gli americani fossero stati criminali contro i tedeschi e i giapponesi, ad esempio con la bomba atomica. Qui il dialogo psicanalitico e il confronto diretto tra i due vuole condurci verso una riflessione più accurata e profonda del solito: quella su come una persona apparentemente perbene possa giungere a essere malvagia e assassina più di tutte, e su come quella della cattiveria sia una condizione che potenzialmente potrebbe riguardare chiunque. Lo psichiatra si spinge avanti nel terreno del transfert e si fa amico del paziente, accogliendo la sua richiesta di portare delle lettere alla moglie e la figlia di Göring, che nel frattempo si erano nascoste all’esercito americano. In pratica, come sappiamo, la relazione terapeutica parte con la collusione con il problema e il disagio del paziente, chiunque questi sia, indifferentemente se vittima o carnefice: ciò è necessario affinché il terapeuta analista sappia cogliere il problema dal suo punto di vista e non dal proprio, altrimenti rischia di non poter mai comprendere la psicologia dell’altro, né il paziente e né il suo retroscena sociale e culturale. Ragion per cui sono sempre inaccettabili tutti quegli psicologi, psichiatri, criminologi e professionisti che si schierano aprioristicamente e in modo pregiudizioso contro narcisisti, psicotici o criminali di qualsiasi genere: essi andrebbero radiati dall’albo perché non cureranno veramente mai niente e nessuno, ma con le loro battaglie personali – sintomo e proiezione dei loro conflitti mentali personali -, perlopiù impauriscono e incattiviscono chi li ascolta, e sono loro stessi pericolosi, del tutto anti-psicologici e non deontologici.
Non vi stupite, quindi, se almeno nella prima parte Norimberga riprende un meccanismo già rivelatosi efficace nel recente film La zona di interesse, ovvero mostrare il nazismo dal punto di vista dei nazisti. Ciò ci permette di conoscere il loro lato umano che ovviamente non li riabilita, ma permette di comprendere meglio le loro dinamiche psichiche e il retroscena psicosociale. La messa in scena del rapporto tra Göring e Kelley ci spinge a porci domande scomode come quelle che genera ogni rapporto psicanalitico che scende nel profondo. Domande che devono essere fatte per andare ben oltre il superficiale giudizio moralista di chi è ignorante del linguaggio dell’anima e gonfio del proprio pregiudizio egocentrico. Il dialogo e il rapporto di amore-odio tra i due è il vero cuore del film, come di ogni relazione trasformativa: Göring non è mai rappresentato come una caricatura del mostro nazista, bensì come un uomo forte, intelligente e affascinante, e proprio per questo ancora più inquietante. D’altra parte lo psichiatra sembra impreparato e a tratti ingenuo e instabile, inizialmente eccitato dalla possibilità egocentrica di diventare famoso scrivendo un libro sul suo profilo, ma che viene progressivamente risucchiato dal male che sta studiando, alla fine incarnando la funesta profezia di Göring, che lo avrebbe visto ossessionato dalla sua stessa figura, fino al suicidio.
In questo modo, col trasferimento dei contenuti di ognuno sull’altro, il rapporto e la cifra dell’anima cambia proprio attraverso la relazione, ed evolve in modo tale che in questo “fare anima” reciproco lo spettatore possa costruire un proprio pensiero, permettondogli necessariamente di smarrire i propri riferimenti morali, per poter capire l’anima e i suoi processi in modo non di parte. Norimberga porta così a riflettere sull’ambiguità intrinseca di ogni essere umano, e su come la crudeltà possa trovare terreno fertile in molti uomini di successo, che non necessariamente dobbiamo pensare nati con una innata patologia o follia omicida, ma che in verità sono soprattutto il prodotto dell’ambiente, della cultura e dei valori che li circondano. È questo allora un film memorabile, proprio nella sua capacità di smentire innanzitutto la stessa psicologia positiva e positivista, quella che vede ancora oggi distinguersi i buoni dai cattivi, i sani dai malati, causa prima gli stessi psichiatri e psicologi che fanno i giustizieri dell’etica e della morale, in privato e in pubblico sui social, o come quei criminologi di successo che vanno in televisione a caccia di narcisisti e assassini per fare audience come facevano i puritani cattolici nel medioevo, che andavano a caccia delle presunte streghe per esporle in pubblico e su di esse farsi forti nel proprio moralismo ortodosso. Perché è proprio il moralismo e il puritanesimo, invero, quel terreno fertile in cui pullula il nazismo, quella mentalità in cui non solo il politico, ma il cittadino chiunque diventa feroce e assassino “in nome di” un ideale o un senso etico personale, che diventa del tutto insensibile e distaccato da quello dell’individuo o del popolo diverso, persino impassibile di fronte al suo dolore o al suo sterminio.
Personaggio al centro tra i due protagonisti diventa allora il giudice Robert Jackson, interpretato da Michael Shannon, rappresentante di un’America ancora puritana, imperialista e giustizialista, che si è già istituita a capo del “bene” nella lotta contro il “male” nel mondo. Anche il giudice, come lo psichiatra, ha un suo progetto di realizzazione personale, e coglie il processo come trampolino di lancio: ha già deciso di uccidere tutti i gerarchi nazisti prima ancora di processarli e di aver visto i primi filmati dei campi di sterminio, di cui fra l’altro non conoscevano ancora nulla. Loro, gli Americani puritani, costretti alla continua deriva tra l’incarnare il bene e il male allo stesso tempo. Nel film, pronti pure a sostituire Kelley con un altro psichiatra più ferreo quando si rendono conto che è diventato troppo amico del nemico. Se da una parte Kelley, altalenante, alla fine aiuta il giudice a battere l’imbattibile Göring nel processo, consegnandogli i suoi appunti e tradendo inevitabilmente il rapporto con il paziente, il giudice Jackson dall’altra fallisce lo stesso nel suo compito meschino ed egocentrico, stroncato dalla forza manipolatoria di Göring. È un altro giudice inglese a ribadire la complicità del gerarca nazista nello sterminio, salvandogli la faccia e pure il processo. Non basta mai, infatti, schierarsi moralisticamente dalla parte dei buoni contro i cattivi: il male è un aspetto della nostra anima, ed è quindi già insito nella nostra idea di bene. L’unico rimedio, quindi, è creare e mantenere una memoria etica critica a garanzia di cosa sia umano e cosa non, come quello che fa il giudice inglese e di come farebbe un Tribunale internazionale. Così hanno finora tentato di fare le leggi del diritto internazionale come coscienza collettiva imparziale. Di fatto, il diritto internazionale è l’insieme di norme e principi che regolano le relazioni tra gli Stati sovrani e gli altri soggetti della comunità internazionale, come le organizzazioni internazionali (tipo l’ONU o la NATO) e, in parte, gli individui, disciplinando aspetti come commercio, diritti umani, conflitti armati e ambiente, e fungendo da fondamento per la cooperazione e la pace globale. Si basa su fonti principali come i trattati e gli accordi tra Stati, e sulle consuetudini benefiche – come quella di lasciare alcuni paesi imparziali -; e si distingue dal diritto interno degli Stati perché crea un ordinamento giuridico separato ma interconnesso. Se l’umanità, a un certo punto della storia, ha cominciato a sentire a livello globale il bisogno di un diritto internazionale, deve poter mantenere anche un Tribunale che sia in grado di far rispettare questo diritto, e da una parte il film sembra volercelo ricordare.

Eppure, dall’altra, il finale del film è sempre più oscuro e inquieto. Göring che riesce a suicidarsi in cella poco prima di essere giustiziato, realizza l’altra sua oscura profezia “Fuggirò dal cappio dell’impiccato, nessuno mi ha mai battuto”, indicando che comunque, se ci rifacciamo solamente alla lotta contro il male, assieme al bene il male vince lo stesso, prima di tutto perché la giustizia della legge arriva “dopo” l’accaduto. Seguirà, anni dopo, il suicidio di Kelley, divenuto alcolista e profondamente depresso, senza aver avuto nemmeno successo con il suo libro. Assieme a quella del nazista tedesco, emerge quindi nel film l’inquietudine dello psichiatra positivista moderno, colui che, dopo aver necessariamente tradito la relazione terapeutica e adeguatamente castrato il suo paziente per i crimini commessi, tuttavia rimane solo con una verità considerata inaccettabile, quella sull’ambiguità della psiche umana. Una verità che capisce ma che lo tormenta fino al suicidio: bene e male sono le due facce della stessa anima umana. Questo aspetto di Göring e dei nazisti lo fa guardare dentro sé stesso, e lo ossessiona a tal punto che, in una scena finale del film, lo vediamo cacciato da un programma radiofonico americano, ubriaco, perché aveva denunciato funestamente che almeno metà degli americani potevano avere la stessa mentalità dei nazisti tedeschi, e che questa mentalità non sarebbe morta con loro, ma sarebbe tornata e avrebbe avuto successo qualora l’avessimo sottovalutata.
A questo punto, lo spettatore esce dal cinema inquieto e confuso. Ed è proprio quello che ci si aspetta da un film veramente psico-logico: l’Io lateralizzato, l’Io di parte, deve dividersi per poi tornare a riunire i poli opposti in modo più ampio e unitario. La visione psico-logica del nazismo e, in senso più ampio, del male che il film ci consegna non è stata capita da alcuni critici, che restano divisi vedendo Norimberga come diviso e indeciso, non comprendendo che invece il film si è ben che schierato. Se stiamo dalla parte dell’anima duplice, che genera il bene e allo stesso modo il male, o meglio, che genera anche il bene dal male e il male dal bene, solo allora potremo dire di aver capito che cos’è stato e cos’é ancora oggi il nazismo: la manifestazione della hybris dell’uomo. La messa in scena di tutto quello che può portare il potere di distruzione, o il potere degli dèi, messo nelle mani dell’uomo che si trova in assenza di valori umani, ambientali e sociali, comunitari e collettivi, e che quindi diventando egocentrico ed egoista lo userebbe ai fini personali per aumentare il proprio potere, con la scusa di usarlo anche per gli altri.
Il mondo, oggi, è diventato pieno di queste persone, non solo gerarchi, ma capitalisti e personaggi pubblici che si occupano quotidianamente del culto del progresso e del dominio tecnologico a scudo e arma del proprio successo. Dobbiamo avere paura di queste persone? A mio avviso si, perché, come ci ha insegnato Jung, l’origine del male è nella hybris dell’Io, non nell’ambiguità dell’anima e né nella sua natura duplice. C’è un altro modo di vivere nel mondo, quello in cui la diversità è ricchezza e non pericolo; e dove siamo, appunto, società e comunità globali aldilà di singoli Stati in competizione e conflitto perenne, governati da individui concupiscenti con interessi materialistici ed egoistici. Esiste un mondo dove invece, a partire dai singoli individui, si coltivano gli interessi di tutti, e in modo democratico si fanno rispettare i diritti di tutti. Questo mondo è stato, seppur per poco tempo nella storia, il nostro passato recente, e anche se gerarchi e dittatori si sono sempre affacciati nei singoli Stati, il diritto internazionale, con i suoi osservatori ed organizzazioni, garantivano il suo rispetto. E invece ora, giorno dopo giorno, vediamo questi gerarchi abbandonare queste organizzazioni o addirittura minacciarle, per creare un nuovo mondo gerarchicamente multipolare dove l’unica cosa che conta è il potere economico e bellico. Il diritto internazionale, la Nato, l’ONU e le altre istituzioni giá non hanno più senso, e anche le carte costituzionali sono minacciate dal nuovo nazismo. Tutto questo mentre i singoli individui restano a guardare senza far nulla. Viene da chiedersi: ci sarà mai un’altra Norimberga?

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