Nelle sale dei cinema, “Hamnet” ci ricorda che, se è soltanto attraverso l’arte e il mito che prende senso la storia della nostra vita, è sempre questa a costituire il primo vero materiale grezzo con cui opera un artista. Come in questo bellissimo film, esiste un unico palcoscenico, con un solo fotogramma: una riflessione sulla famiglia, sul lutto e sulla metamorfosi dell’arte attraverso i sentimenti, il dolore e la passione dell’artista. Elevandosi sopra la sua misera condizione, attraverso l’arte uomini e donne raggiungono l’eterno spirito che governa tutte le cose, ricreandolo con i mezzi a loro disposizione: emozioni, sensazioni, intuizioni, sogni, visioni e riflessioni. “Hamnet” invita ad affrontare la vita come l’opera d’arte: a cuore aperto. Il potere curativo dell’arte è vero, crudo e viscerale. Se la vita è espiazione, l’arte è la catarsi, il riscatto del divino dentro ognuno di noi.
Il metodo junghiano per gli attori
In una intervista, la regista Chloé Zhao racconta di aver insegnato agli artisti a esplorare l’intersezione tra lavoro creativo e lavoro interiore, usando la tecnica di recitazione insegnata da Kim Gillingham, allieva di Marion Woodman, a sua volta studentessa di Carl Gustav Jung. L’approccio di Kim fonde la psicologia junghiana con il lavoro somatico, respiratorio e simbolico, valorizzando i sogni come collaboratori creativi nel processo artistico. Una pratica simile è quella dell’immaginazione attiva, creata da Jung per lavorare sulle immagini e sulle fantasie psichiche. Secondo la regista, i sogni parlano la lingua della psiche: se si crea un contenitore sicuro e stabile, il materiale dell’inconscio può emergere lentamente, in modo naturale. Si tratta di un processo che lavora sotto la superficie e che, col tempo, si manifesta sul set, come nella vita dopo l’analisi. Lavorare con i sogni ci aiuta a collegarci con il materiale più profondo del film, così che ciò che emerge sullo schermo non sia solo recitazione, ma esperienza vera. Non col metodo attoriale classico – perché richiede che l’attore porti con sé tutte le emozioni del personaggio allo stesso tempo, comportando un enorme carico -, ma lasciando emergere soprattutto l’attore oltre il personaggio, con le sue emozioni e la vita che porta dentro: così la recitazione e il film diventano “veri”.
Seguendo i metodi tradizionali di recitazione, il mestiere dell’attore o dell’attrice diviene un mestiere difficilissimo, perché implica che questi faccia sparire, o tenga sotto controllo, il proprio subconscio, cosa allorché quasi impossibile. Per questo motivo nei molti attori e attrici che ho avuto in terapia c’era sempre il problema dello sdoppiamento o della frammentazione della personalità, che rimandiamo al mito dell’archetipo di Diòniso. Oltre ad essere il dio lunare e androgino dell’energia vitale che scorre, è anche il dio del teatro e degli attori. I sintomi di questa scomposizione dell’Io sono la perdita della propria sicurezza, tra i vari ruoli e parti di sé stessi, e la percezione di essere “falsi”, insicuri e scissi. Nei casi più gravi si provano derealizzazione e depersonalizzazione, oppure la scissione si stabilizza in una sindrome dell’umore doppio, spesso diagnosticata come bipolarismo o disturbo ciclotimico – quasi sempre erroneamente, perché quasi sempre l’umore cambia non spontaneamente ma a seguito delle aspettative negative o positive del soggetto, e dell’inevitabile altalenare del giudizio su sé stesso, che determina poi l’ineluttabile verifica negativa o positiva di sé. La distorsione del giudizio e della valutazione di sé stessi porta l’attore o l’attrice a sentirsi estremamente insicur@ e vulnerabile senza una valida conferma dall’esterno: ad esempio attraverso giudizi e riconoscimenti da parte di registi, colleghi e pubblico, che vengono presi come vere e proprie prove del proprio successo e del proprio merito di valore artistico e di amore personale. L’attore così va in crisi e, nei casi più gravi, senza rendersene conto si autoboicotta e smette anche di recitare, relegandosi a una vita sofferente e piena di frustrazione. Come Shakespeare nel film, l’artista attraversa continue crisi creative e identitarie, ma va sempre aiutato attraverso l’arte e le sue immagini psichiche, e non attraverso giudizi personali o prove concrete di valore, che non valgono nulla sia psicologicamente che artisticamente.
Attori e registi, ad esempio come David Cumberbatch e Jane Campion per le riprese del film “Il potere del cane”, raccontarono i grandi benefici avuti a seguito di aver lavorato con al fianco la psicoterapeuta junghiana. Ad esempio, disse Jane Campion:
«Avevo molta paura e ansia, perché è una storia così grande e stratificata: ricordo che mi sembrava di stare seduta su un burrone, facevo strani sogni… Volevo essere la persona giusta per fare il film, spesso ti devi allenare per diventarlo, e alla fine mi sono convinta che era un po’ un discorso psichico, come nella storia. E allora ho fatto qualcosa che non avrei mai pensato da giovane, quando parlavo con i miei amici filmmaker terrorizzati dal subconscio: ho lavorato con una specialista dei sogni, Kim Gillingham, una terapista junghiana che si è formata con Marion Woodman e Sandra Seacat, una celebre actor coach di Metodo. Lei ha letto la sceneggiatura, mi ha messo a dormire, ed è come se lei avesse facilitato la relazione tra me, i personaggi e lo script, mi chiedeva: “Che cosa direbbe Phil a te, Jane, rispetto a quello che devi fare? Sei preoccupata di non essere la persona giusta…”. E io parlavo come fossi Phil: “Deve togliersi quella fissa dalla testa e prepararsi a lavorare.” La migliore esperienza della mia vita».
Campion e Cumberbatch fecero un lavoro impressionante sul protagonista, che passava dalle texture (le pelli che intreccia, i suoi pantaloni), fino ai suoni e ai rumori che produceva: il passo pesante dei suoi stivali con gli speroni, il banjo e quel suo fischio inconfondibile.
«È stata una grossa parte del lavoro per me: è un modo per far sentire sentire la sua presenza, è un’arma per essere riconosciuto nel mondo, per avere il controllo», spiegò Cumberbatch, che sul set non parlò mai con l’attrice Kirsten Dunst, con cui doveva essere molto duro, stando al suo personaggio. «È stato utile per entrambi perché andiamo molto, molto d’accordo! Ma sono uno che si scusa sempre, che ama le persone, e Phil non è nessuna di queste cose, dovevo diventare lui. Non dovevo preoccuparmi di quello che la gente pensava di me. Quindi, quando Jane mi ha presentato alla troupe ha detto: “Ecco Phil. Se incontrate Benedict alla fine delle riprese, vi accorgerete che è davvero adorabile, ma lui è Phil”. Questo mi ha dato il permesso di rimanere nel personaggio, di “essere” lui».
L’analisi archetipica dei sogni come terapia attoriale
Kim Gillingham è una rinomata psicoanalista actor coach e insegnante di Metodo americana, nota per aver introdotto il “dreamwork creativo” nel cinema, aiutando gli attori ad accedere al proprio inconscio per interpretazioni più profonde. Ha già lavorato come consulente creativa e coach sul set per importanti progetti, tra cui proprio il film Hamnet. Il suo “dreamwork” attoriale, o lavoro sul sogno, consiste nel guidare gli attori a districarsi nei propri sogni per portare materiale nuovo, grezzo e inconscio nei loro ruoli. In Hamnet, con gli attori Jessie Buckley e Paul Mescal, li ha aiutati ad esplorare i loro personaggi attraverso le immagini oniriche dei loro sogni notturni. La Gillingham attribuisce a due persone il merito di averla indirizzata verso il suo attuale percorso: a prima è Sandra Seacat, una rinomata insegnante di recitazione con radici nel Metodo – che incoraggia gli attori a portare le proprie esperienze personali nella costruzione di un personaggio – e che ha introdotto il lavoro sui sogni nel settore negli anni ’70 e ’80. «La chiamo la frontiera. È stata davvero pioniera in questo lavoro», dice di lei la Gillingham. L’altra è un’analista junghiana di nome Marion Woodman, che fu allieva di Jung. I suoi clienti spaziano in diversi ambiti creativi, principalmente attori, registi e scrittori, ma anche scienziati e creativi vari.
Nella sua esperienza, racconta che a volte accade qualcosa di magico quando si lavora con più persone impegnate nella stessa produzione: i loro sogni iniziano ad allinearsi tra loro, come se le loro menti si fondessero nel sonno. «Si sentono immagini o temi ricorrenti nei sogni», dice. «Si inizia a percepire il DNA unico del pezzo stesso». La Gillingham attribuisce il merito alla teoria dell’inconscio collettivo di Jung, l’idea che l’inconscio più profondo sia universalmente condiviso ed ereditato, motivo per cui gli stessi archetipi riaffiorano nella mitologia in tutte le culture. Da parte sua, la Seacat lavora con la Gillingham da oltre 15 anni e paragona il lavoro sui sogni alla meditazione. «È davvero una pratica molto, molto profonda, e più la si pratica, più diventa pratica. Diventa molto meno orientata agli obiettivi», ha spiegato. «È stato un profondo cambiamento e un approfondimento nella mia comprensione del mio lavoro e della mia arte».
La Gillingham vede i sogni come fondamentalmente archetipici e radicati nella dura verità della realtà oggettiva dell’anima. «Un sogno ti prenderà a calci in culo come nient’altro», dice.«Il sogno ti sveglierà. Ecco perché sono qui». Il lavoro sul sogno si rende strumento imprescindibile per qualsiasi artista e creativo, perché in esso la psiche si costituisce e ricostituisce continuamente come la vera guida dell’artista, colei che “fa” l’arte attraverso l’artista, e che quindi “sa” come guidarlo e orientarlo nell’arte come nella vita meglio di chiunque altro. Ma i sogni, proprio perché sono così comuni, vengono facilmente dimenticati perché scambiati per banalità o fesseria, specialmente da chi ha ormai perso l’antichissima concezione del sogno come messaggio divino. Dimentichiamo che la vita si fa meravigliosa perché i sogni sono una meraviglia. Qualunque cosa si creda al riguardo, essi sono oggettivamente affascinanti: i sogni sono un film autogenerato che la mente proietta di notte, una storia che fiorisce sincronicamente assimeme ai fatti della vita diurna, portando un ricchissimo e inestimabile simbolismo, la giusta tensione narrativa e una grandissima saggezza. Non c’è da stupirsi, quindi, che siano diventati qualcosa che vale la pena esplorare per le persone che raccontano storie nella loro vita da svegli, come gli attori e gli artisti. D’altronde ricordo sempre con affetto che registi del calibro del grande Fellini attinsero a man basse proprio dal materiale dei sogni analizzati in terapia (il sui analista era Ernst Bernhardt, allievo diretto di Jung e colui che portò la psicologia junghiana in Italia e che istruì in analisi uno dei miei maestri, il professor Aldo Carotenuto, che insegnava qui a Roma a La Sapienza e che a sua volta ebbe in analisi molti attori, registi e artisti).
Ma non si può nemmeno lanciare un sasso sulle colline di Hollywood senza colpire un presunto guru o un venditore di elisir. Un aspetto che emerge spontaneamente, parlando con chi lavora con la Gillingham, è quanto lei sia lontana da tutto questo. «Non ha alcun interesse nel potere di essere una leader in nessun tipo di pensiero o disciplina», ha detto Derek Simonds, il creatore della serie poliziesca “The Sinner“. «È una facilitatrice. Non ti chiede di credere in nulla se non in ciò che esce da te». Credo che questo sia l’atteggiamento indispensabile di ogni psicoterapeuta che pratica la psicologia del profondo. «Sono stupito dal numero e dalla statura delle persone che lavorano con lei, e continua a crescere sempre di più, credo soprattutto negli ultimi cinque anni. Ora vedi Kim volare in tutto il mondo per lavorare con artisti creativi. È una persona formidabile».
L’analisi archetipica dei sogni permette alle varie parti della psiche, frammentate nella visione dell’Io-sognatore, di essere ricomprese in un quadro completo, quello del sogno come teatro della psiche, metafora vivente della vita e della situazione del sognatore. In questo modo è possibile rimettere insieme tutti i frammenti in cui l’artista-Diòniso risulta sciss@, e guidarl@ nel suo ruolo attoriale nel mondo. Così James Hillman descrive l’atteggiamento dionisiaco dell’analista e dell’analisi:
«Non sperare nulla, non aspettarsi nulla, non pretendere nulla: questa è la disperazione propria dell’analisi. Non nutrire false speranze, neppure la speranza di sollievo, che è ciò che induce una persona a entrare in analisi. È uno svuotamento dell’anima e della volontà. È lo stato che si instaura fin dalla seduta in cui, per la prima volta, il paziente sente che non c’è alcuna speranza di stare meglio, anzi di vedere alcun cambiamento. L’analisi conduce a questo momento e, costellando questa disperazione, lascia che si liberi l’impulso suicida dell’Io. È da questo momento della verità che dipende tutto il lavoro analitico, perché esso segna il morire alla vita falsa e alla false speranze dalle quali è derivato il disturbo. In quanto è il momento della verità, è anche il momento della disperazione, perché non c’è speranza. Ove sappia dismettere la reazione, propria del medico, di offrire speranza attraverso il trattamento, l’analista è in grado di entrare nella disperazione insieme al paziente. Rinunciando a sua volta alla speranza, può cominciare ad accettare l’esperienza del paziente, che gli dice che non c’è niente da fare. In tal modo, l’analista non offre nient’altro che l’esperienza stessa» (da “Il suicidio e l’anima”).
In Hamnet, vediamo questa frammentazione e disperazione agire da motore creativo proprio in William e in Agnes, per entrare diretta nell’arte del primo, e per venir infine riconosciuta come metafora della propria vita dalla seconda, spettatrice della tragedia. Sogni, ricordi, riflessioni sono il materiale primo dell’artista che fa l’opera, come dell’individuo che la osserva. L’analisi dei sogni rende ogni individuo narratore della propria vita, permettendoci di attingere al materiale creativo che l’anima ci mette continuamente a disposizione nei nostri sogni.
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