Terapia di coppia o terapia dell’amore?

La capacità di stare soli è la condizione prima per la capacità d’amare” (Erich Fromm).

L’approccio della psicologia archetipica ai problemi della coppia si differenzia dagli altri per il suo sforzo di voler essere “psico-logico”, cioè di inquadrare le dinamiche relazionali nella logica della psiche, cioè di ciò che l’anima dispone, e non dell’Io e di ciò che è imposto dal nostro giudizio. Nella terapia archetipica si riconoscono come modalità dell’amore le parti psichiche oggettive che agiscono nella psiche, indifferentemente dalle nostre ragioni, dalle teorie e dalla nostra moralità, ovvero da ciò che crediamo giusto e sbagliato. Seguendo la logica della psiche, ogni coppia viene vista come portatrice di un particolare modello archetipico, una specifica configurazione relazionale che può diventare patologica nella misura in cui gli amanti ne siano più o meno consapevoli, e quindi si facciano in grado di scegliere e decidere se e come attuare il proprio atteggiamento, o sublimarlo. Ciò deve avvenire, tuttavia, nel rispetto proprio di quelle determinanti archetipiche, perché non sarà mai possibile solamente rimuoverle o cercare di cancellarle, ad esempio facendo finta che dentro di sé ci sia qualcos’altro. In terapia, come nella vita di una relazione d’amore, si apprende quindi a conoscere sé stessi individualmente, e poi a riconoscere le parti di sé rimosse che dall’Ombra vengono inconsciamente proiettate sull’immagine del partner e sugli immaginari d’amore idealizzati. Questo lavoro nella coppia prende un certo tempo perché necessita di una costante attenzione a tollerare la frustrazione della diversità dell’altro, e le pressioni dei modelli familiari, culturali e morali che costantemente impongono ai due sia di limitarsi che di liberarsi.

Il proliferare nel tempo delle tecniche di terapia di coppia ha gradualmente portato a una perdita di vista delle basi archetipiche dell’amore, rinforzando la credenza (anche tra gli psicologi) che esista ancora un modello ideale di coppia moralmente accettabile a cui dover conformarsi. Sarebbe a dire che invece di dedicarsi anzitutto a rimettere a posto la struttura portante e le pietre angolari della casa, ovvero della struttura psichica che uno si ritrova ad aver sviluppato e che rischia di crollare danneggiata dai terremoti e dagli assestamenti ambientali, psicologi e coppie si dedicano piuttosto frettolosamente a ristrutturarne invece gli interni, intonacando le crepe con pitture colorate, stucchi e arredamenti alla moda – come andando a utilizzare direttamente le varie tecniche che si focalizzano sulla condivisione delle emozioni, sulle azioni di sostegno e sul linguaggio non violento (vedi la EFT, TMS, ACT ecc.). La coppia diventa così un luogo più bello e interessante da abitare, se non sarebbe che poi quel luogo continua a vacillare e fratturarsi a ogni nuova scossa, fino a frantumarsi definitivamente. In questo caso, il problema più radicale è da ricercare nella costellazione di uno o più forze o parti archetipiche, che in certe situazioni della vita chiedono insistentemente qualcosa di specifico che va aldilà delle nostre teorie e dei modelli generali, e va ricercato appunto nelle immagini archetipiche e nel tipo specifico di relazione che porta la coppia specifica nella sua unica e particolare capacità e forza d’amore.

L’approccio archetipico alla terapia di coppia prevede quindi, prima di tutto, da una parte, l’annullamento di qualsiasi modello teorico precostituito della coppia e la liberazione delle forze immaginali della psiche, e, dall’altra, un percorso di terapia individuale per ciascun partner affiancato alle sedute di coppia. Soltanto in questo modo è infatti possibile riaffrancare i propri traumi e le credenze individuali alla propria situazione di vita senza continuare a proiettarli sul partner, portando nelle sedute di coppia più che altro i problemi reali della coppia aldilà di quelli personali, di cui non dovrà chiaramente farsene carico l’altr@, ma sui quali dovremo lavorare da soli. Requisito imprescindibile, infatti, per la realizzazione della coppia nel mondo odierno, è la possibilità di liberazione e realizzazione del proprio daimon ovvero della propria speciale unica vocazione nel mondo, dei propri bisogni espressivi personali, della propria modalità creativa e del proprio modo di essere nel mondo. Nella coppia appartenente al mondo e ai valori del cattolicesimo queste differenze interindividuali erano appianate e controllate da un sistema rigido di valori, e dal moralismo giudicante imperante, che permettevano solo raramente delle deviazioni dal modello comunemente accettato di coppia e relazione d’amore – per intenderci, quello eterocisnormativo -, per cui l’atteggiamento della coppia che il modello cristiano ha rinforzato nel tempo è stato quello del sacrificio per l’altr@ e della modalità di interdipendenza. L’altra modalità relazionale, quella intersoggettiva – ovvero dove i due partners sono soggetti diversi che si amano e si accettano nella loro diversità, e non tentano quindi di compiacersi o di omologarsi a vicenda – veniva repressa nei sensi di colpa e nell’attesa escatologica di un giudizio morale superiore che nelle contese decidesse ragioni e torti. Oggi i partner continuano a costringersi a dipendere reciprocamente e a tarparsi a vicenda le ali della libertà e dell’immaginazione creativa.

Complice di questo moralismo ancora imperante è anzitutto lo stesso psicologo mainstream, che magari pretende pure di fare l’influencer. Invece di un arbitro difensore dell’imparzialità, dei differenti bisogni e delle vocazioni reciproche, lo psicologo viene ancora troppo spesso a trovarsi a comportarsi alla stregua di un precettore o di un giudice morale, come quel prete a cui ricorrevano gli amanti sedotti e le famiglie scomposte. Veicolando un dogma morale in una forma laica ma sempre moralista, partendo da delle premesse ancora troppo stereotipiche – come ad esempio “i maschi hanno sempre torto”, “le femmine sono sempre più deboli e meno violente”, “il problema della coppia è sempre della comunicazione” e “l’uomo va educato a comunicare” o “tende a dar per scontata la donna”, “la coppia etero è sempre avvantaggiata socialmente”, “la coppia gay è sempre più aperta e moralmente libera” e così via -, sono proprio alcuni psicologi influencer di dubbia capacità d’imparzialità e di maturità emotiva che tendono a far passare posizioni ancora troppo personali o banali, generaliste ed eterocisnormative, finendo a fare da rappresentanti, se non più della Chiesa, dello Stato e degli stereotipi di genere e della cultura dominante. Come diceva Carotenuto, gli psicoterapeuti tengono troppo spesso poco conto della portata dell’impatto iatrogeno delle proprie interpretazioni e prese di posizione, e sono sempre troppo reticenti ad assumersi invece la responsabilità di dover essere rappresentanti della pluralità della psiche piuttosto che della pretesa coerenza dell’Io, e della libertà e diversità espressiva della psiche piuttosto delle mode, dei costumi e delle credenze. Un primo passo necessario alla comprensione dei veri sensi e delle possibilità reali di una coppia, oggi, va fatto quindi in difesa della psicanalisi, della psicologia del profondo e dei suoi metodi, e contro tutti quei metodi e approcci che invece non considerano la coppia come un sistema dinamico, aperto e ricco di possibilità creative e di maturazione affettiva, ma ancora come uno spazio chiuso da blindare sotto l’egida di certe regole auree o certe norme di comportamento.

La psicanalisi nasce come terapia di liberazione dell’amore

“Talvolta bisogna essere indegni per riuscire a vivere pienamente” (Sabina Spielrein, da una lettera a Jung)

Gli inizi della psicoanalisi sono contrassegnati da due eventi emblematici che mostrano di avere una medesima origine. Il primo evento cruciale è il fatto che, quando i pazienti finalmente avevano occasione di aprire il proprio cuore e i propri sentimenti con immagini circostanziate della memoria, le loro storie trapassavano dai fatti alla narrazione romanzata, da ricordi di questo mondo a invenzioni (in-venio = venire dentro, fare incursioni, irruzioni) della fantasia, in pratica si passava dalla storia all’immaginazione. Amore e immaginazione hanno fatto il loro ingresso nella psicoanalisi nel medesimo momento. Dall’inizio, come dice Hillman, la psicoanalisi ha messo al primo posto come principio esplicativo il thymos del cuore (che essa chiamò Wunsch, desiderio). Il paziente era una creatura dell’enthymesis in cui si stava destando la himma, l’immaginazione creativa che era stata rimossa dal pensiero razionale e moralista. E l’analiista, con la sua presenza, diventava il primo portatore delle figure immaginali. La relazione transferale si basò quindi sin dall’inizio su un amore spirituale e immaginale, fatto cioè di proiezioni d’immagini e d’immaginazione. “Quando ci innamoriamo, incominciamo a immaginare; e quando incominciamo a immaginare, ci innamoriamo. A tutt’oggi, la psicologia del profondo si impiglia sul nesso necessario di amore e immaginazione che ancora non ha saputo situare, perché è sprovvista di una filosofia capace di farlo. Non ha ancora letto Corbin come un classico della psicoanalisi. È inciampata nel cuore senza avere una filosofia del cuore” (Hillman, L’anima del mondo e il pensiero del cuore).

Il secondo evento coinciso con la nascita della psicanalisi consiste nel fatto che la psicoanalisi nacque proprio dall’amore della relazione tra paziente e analista, come rapporto terapeutico evocativo di creatività e trasformazione, o come attrazione demisessuale. Come ricorderete, la prima paziente trattata con il nuovo metodo da Josef Breuer, il collega di Freud, si innamorò del buon dottore, e si innamorò cosi intensamente che il suo innamoramento (la sua traslazione, come sarà poi chiamata) allontanò per sempre Breuer dalla psicoanalisi, perché questi non era in grado ancora di sostenere quell’amore. Freud, invece, si innamorò dell’amico e collega Fliess, suo consigliere ispiratore o daimon, nascondendo però sempre quest’amore, lasciandolo trasparire più che altro da avances velate e poetici lapsus, fino ad arrivare poi a farsi ridare le sue lettere piene d’amore per bruciarle e non lasciare nulla ai posteri che potesse destare scandalo nella sua immagine. I primi psicanalisti erano abbastanza imbranati e complessati nell’amore, e l’amore veniva a trovarli proprio per curare prima di tutto… i loro complessi erotici!

Se non innamorato come Nietzsche, altro ispiratore della psicologia del profondo, anche Freud fu alla fine sedotto dalla forza e libertà creativa di Lou Andreas-Salomé, questa donna russa che aveva scelto di essere libera e indipendente, e che aveva fatto perdere la testa a tanti intellettuali della sua epoca. Salomé fu per Freud e Nietzsche una immagine di Anima, la funzione mediatrice che porta l’Io verso il mondo interiore, così come lo fu Sabina Spielrein per Jung, la sua paziente numero zero. Curiosa fin da piccola, Salomé passava il tempo a leggere testi difficili e a mettere in discussione tutto ciò che la circondava. Venne a Roma in cerca di libertà intellettuale, dove incontrò due giovani filosofi: Paul Rée e il celebre Nietzsche, che le chiese di sposarlo; ma lei rifiutò perché non era disposta a seguire le regole tradizionali per le donne del suo tempo. Alla fine del XIX secolo si credeva che il “posto” di una donna fosse la casa con i figli, e che la sua mente fosse troppo debole per pensare in profondità. Salomé, come immagine di Anima, rappresentava la direzione opposta: dedicò la sua vita a dimostrare che una donna poteva essere brillante quanto qualsiasi uomo in filosofia e scienza. Non perché non provasse affetto per lui — lo ammirava profondamente —, ma perché sapeva che per una donna del suo tempo il matrimonio significava la fine della libertà personale, disse a Nietzsche che voleva un’unione di menti, non un contratto legale che l’avrebbe relegata in una posizione subordinata. Quel rifiuto ferì profondamente Nietzsche, al quale non bastò come a Freud la devozione intellettuale per la donna, ma pare proprio che quella delusione ispirò il suo lavoro più conosciuto, il “Così parlò Zarathustra”.

Il cammino trasformatore di menti dell’Anima-Lou Salomé continuò fino all’incontro col giovane e geniale poeta dell’inconscio, Rainer Maria Rilke. Sensibile e insicuro, Rilke era in crisi, ma Lou vide il suo potenziale. Divenne la sua mentore e musa, e persino lo incoraggiò a cambiare il nome da “René” a “Rainer” perché suonasse più adatto alla sua voce poetica. Lo accompagnò in due viaggi decisivi in Russia, dove incontrarono il leggendario autore Lev Tolstoj, esperienze che influenzarono profondamente il lavoro di Rilke. Anche dopo la fine della loro relazione, rimasero amici stretti per tutta la vita. Lou finì poi per sposare un uomo chiamato Friedrich Carl Andreas, ma fu un matrimonio non convenzionale. Vissero per la maggior parte del tempo vite separate, consentendo a Lou di conservare la libertà di studiare e pensare come voleva. Questa libertà la portò a esplorare un campo nuovo e appassionante: la psicoanalisi. Divenne amica intima e discepola di Sigmund Freud, che rimase impressionato dalla sua acutezza mentale. Lou fu tra le prime donne psicoanaliste, esplorando i segreti dei sogni, della religione e dei desideri umani — argomenti che spesso venivano considerati “tabù” nella società del tempo. Nel corso della sua vita Lou Salomè, come l’Anima, fu spesso giudicata, rimossa o fraintesa perché viveva secondo le proprie regole. Nonostante le critiche, non si tirò mai indietro, e proprio per questo fu un ponte tra alcune delle menti più influenti della sua epoca, come appunto Nietzsche, Rilke e Freud. Alla fine della sua vita, Salomé era diventata scrittrice, pensatrice e pioniera della psicanalisi. Dimostrò che una donna poteva amare ed essere amata in modo libero, indipendente e creativamente originale, collegando la nascita della psicanalisi alla scoperta della libertà e della creatività femminili.

Lou Salomè lasciò un messaggio potente: cerca la tua verità, metti in discussione il mondo che ti circonda e vivi una vita unica, bella e senza scuse, alle tue condizioni: ecco il cammino dell’Anima verso l’Individuazione. La psicanalisi nacque quindi nella scissione tra la dipendenza dall’altro e l’indipendenza e diversità come spirito di libertà di diventare sé stessi, e nel bisogno che questa scissione venisse riparata e ricucita attraverso una relazione non possessiva ma spiritualmente libera e terapeutica, in quell’amore sacro del transfert o “traslazione”. Fu proprio Jung a ritrovarsi ad attraversare fino in fondo questo tipo di relazione d’amore con la sua prima paziente, differenziando per primo in modo chiaro ed evidente il potenziale erotico intellettualmente creativo da quello meramente sessuale e dipendente del rapporto.

(Immagine dal film “A dangerous method”)

Di quest’amore incredibile sappiamo ora molto, anzitutto perché Aldo Carotenuto ritrovò la corrispondenza e fu in grado di ricostruire la dinamica che portò alla formulazione di tutti i maggiori concetti della psicologia analitica, nonché al dissenso e alla separazione tra Freud e Jung. La storia di questa corrispondenza, e della triade Freud-Jung-Sabina, è scritta nel bellissimo libro di Carotenuto “Diario di una segreta simmetria” (Astrolabio, 1980), ed è stata oggetto di vari film internazionali, tra cui “A dangerous method” diretto da David Cronenberg nel 2011. L’amore di Sabina Spielrein fu per Jung il rendersi conscio dell’esistenza dell’Anima, e della libertà che essa pretende da ogni moralismo affinché la sua potenza creatrice possa essere liberata ed espressa nel mondo: qualcosa che prima di incontrare Sabina egli presentiva solo in modo confuso, come potenza che determina il destino dell’inconscio. La relazione con Sabina lo condusse a concepire delle cose importantissime per la psicologia e per il mondo: il rapporto tra i due doveva essere “sublimato” perché altrimenti l’amore, vissuto concretamente, lo avrebbe distrutto e indotto all’accecamento e alla follia, ovvero alla concretizzazione dell’inconscio.

Carotenuto si chiede: è stato veramente amore quello che legò la Spielrein a Jung? È comprensibile tutta la storia alla luce del transfert e del controtransfert analitico? Sicuramente sia la Spielrein che Jung all’inizio si lasciarono andare completamente, e ciò comportò che quell’infelicissima donna, diagnosticata come isterica (oggi diremmo bordeline) e ossessionata dal padre, dalle feci e dal disgusto per la sua sessualità prorompente, in poco tempo guarisce e diventa una leggiadra immagine femminile che, in barca nascosto sul lago di Zurigo, apre a Jung, sposato e con figli, il mondo delle emozioni e dei sentimenti, dell’amore travolgente e privo di quelle ipocrisie borghesi che imposero all’uomo e alla donna di vivere eternamente in un’umiliante menzogna moralista. Nel 1908 Jung scrive a Sabina: “Lei non immagina quanto significhi per me la speranza di poter amare una persona che non devo maledire e che non condanna sé stessa a soffocare nella banalità dell’abitudine”. Carotenuto scrive che “Sabina sembra essere una donna per la quale amare non significa fare dei calcoli, né chiedere promesse che nel momento in cui vengono fatte sono già state tradite, una donna dionisiaca inserita nel sentimento che tutto perdona e comprende e che può offrire a Jung una frustata violenta per la sua crescita spirituale” (pg. 105). Certamente non erano mancate a Jung occasioni per rendersi conto con altre donne della sua tendenza poligama; tuttavia è solo con Sabina che si apre completamente e senza difese.

Dopo quattro mesi dalla data della lettera in cui confessava di non aver nessun timore di abbandonarsi alla nuova esperienza d’amore, Jung ne scrive una piena di accenti appassionati: “Io cerco la persona che sia capace d’amare l’altro senza per questo punirlo, senza renderlo prigioniero o dissanguarlo; cerco questa persona del futuro che sappia realizzare un amore indipendente da vantaggi o svantaggi sociali, affinché l’amore sia sempre fine a se stesso e non solo il mezzo in vista di uno scopo”. Jung credette di poter creare un certo tipo di rapporto nel quale il sentimento avesse la libertà di esprimersi senza tener conto di certe regole morali o sociali che generalmente accompagnavano l’amore convenzionalmente. In particolare, come si evinceva da un’altra lettera, Jung percepisce il bisogno di fronteggiare la sua scissione interiore e la sua incapacità di amare liberamente (e quindi veramente), perché questo amore che proponeva a Sabina doveva essere un amore puro, “la cui vera e intima condizione di vita è la propria libertà e indipendenza” (pg. 108). Jung, tuttavia, non si stava ancora rendendo conto che da lì a poco avrebbe dovuto prendersi la responsabilità sociale di quell’amore, e che ciò non avrebbe significato il dover lasciare la modalità d’amare che già aveva scelto di proteggere e consolidare, ovvero quella dipendente dalla moglie e dalla famiglia, seppur condizionata moralmente e culturalmente. Qualsiasi coppia è sempre inserita in un contesto socio-culturale che ne modella visioni, possibilità e scelte. L’atteggiamento che adotterà Jung tiene conto del suo contesto, ai suoi tempi ancora fortemente stereotipato e moralista, ma come abbiamo visto con Salomè, già l’Anima spingeva il mondo maschile a quello femminile per compiere un cambiamento radicale del modo di vedere non solo i ruoli di genere, ma proprio l’amore e i suoi vari modi.

La terapia tra transfert e controtransfert

“Ognuno ha bisogno di qualcuno che gli rovini la vita per diventare sé stesso” (James Hillman)

Come Jung aveva visto in Sabina la propria Anima rimossa e la sua forza immaginativa nell’amore, così anche Sabina era chiaramente innamorata dell’immagine di Jung, delle sue parole, della sua sensibilità e del suo interesse. Jung rappresentava per lei l’Animus-Padre salvatore dalla sua condizione, colui che si accorge della sua grazia e che riscatta il suo talento e la sua vocazione. Se lei fu per Jung la proiezione dell’immagine dell’Anima, Jung fu per lei la proiezione dell’Animus, la parte-anima maschile corrispondente. Attraverso i loro appassionati dialoghi ma sempre costretti alle regole morali del tempo, Jung e Sabina iniziano così a concepire la contrasessualità dell’anima e della psiche – ovvero che l’uomo vede la sua anima come parte femminile rimossa proiettandola nell’immagine dell’amata, e viceversa per la donna -, anzi fu proprio Sabina ad avere questa ed altre idee per prima. Fu grazie a lei – o, meglio, all’Anima – se Jung concepì anche l’archetipo della Persona e quello dell’Ombra, e la dinamica che l’Io gioca tra essi.

Tuttavia, come l’Anima, a un certo punto Sabina viene tradita dal suo amante. Succede che qualcuno, forse la moglie di Jung, si accorge del loro amore e scrive una lettera anonima alla madre di Sabina, implorandole di porvi rimedio. La madre corre da Jung per fargli presente della lettera, esortandolo a non infangare la reputazione della figlia. A quel punto Jung ha un cambiamento inaspettato: regredito al suo complesso morale, si riattiva la sua scissione interiore e dichiara imperterrito alla madre di essere innocente e di essere stato frainteso, che il suo amore per Sabina era “terapeutico”, era quello di un medico per la sua paziente, ed era stato frainteso in quanto l’aveva offerto gratuitamente. Arriva persino a proporle di saldare il debito per la sua particolare attenzione verso la figlia… con la tariffa che non le aveva chiesto! Qualcosa che ha scandalizzato Carotenuto e gli psicologi negli anni 80. La madre la salda tranquillamente, Jung si affretta a liquidare la faccenda anche con Freud, chiedendogli consiglio e accusando Sabina di averlo tentato diabolicamente, ma nonostante tutto di non aver ceduto e di aver troncato al momento giusto senza tradire la moglie. Una chiusura troppo poco dignitosa per Sabina, che non ci sta a sentirsi raggirata e tradita, e così scrive una serie di precise lettere a Freud dove gli racconta tutto quello che Jung le aveva fatto e detto di romantico ed erotico, e che Jung voleva invece tenere nascosto accusandola. Finisce qui l’amore ideale, puro e libero di Jung e Sabina, o meglio: non finisce, ma verrà sublimato in una relazione epistolare tra colleghi, visto che nel frattempo Sabrina diventerà una psicanalista pioniera in pedagogia. Sabina manterrà con Freud la fantasia di partorire Sigfrido, un figlio spirituale da sempre voluto da Jung, mentre Freud continuerà a dissuaderla da quello sbaglio trattando Jung come un lestofante. Fu questo il motivo per cui Freud non si fidò più di Jung, considerandolo un eretico traditore, e per cui Jung disconobbe Freud come il suo padre spirituale, trovando finalmente la forza di andare avanti per conto suo e fondare la sua psicologia analitica.

Hillman ha affrontato la vicenda tra Jung e la Spielrein in modo incisivo, analizzando nel suo saggio “Betrayal” il tema del tradimento e della ritrattazione nel transfert analitico, usando la loro relazione come prototipo clinico e archetipico. Condanna anche lui il modo in cui il terapeuta “traditore” (dal lat. tradere, “attraversare”) cede al transfert e poi si ritrae per salvaguardare la propria posizione, e definisce il tentativo di negare o dimenticare l’evento come la ferita più dolorosa per la vittima. Hillman tuttavia sostiene che l’unico modo per gestire il “peccato” del tradimento sia riconoscerlo e ricordarlo, non scaricarlo sull’altro. Per Jung e i suoi epigoni, questo significava superare l’atteggiamento difensivo e moralista che caratterizzò i primi anni della psicoanalisi nei confronti del controtransfert. Inoltre sottolinea che, paradossalmente, sia il tradito che il traditore restano legati a doppio filo all’evento, con il risentimento e il dolore che mantengono viva l’esperienza, impedendo che venga rimossa nell’inconscio. Hillman ha visto la vicenda come uno dei fallimenti iniziali più istruttivi della storia della psicoanalisi, dove l’ambiguità e la negazione hanno causato un danno reale prima che la disciplina riuscisse a comprendere appieno la forza delle dinamiche relazionali. Rivoluziona il concetto classico di transfert, strappandolo alla pura dinamica personale tra terapeuta e paziente per inserirlo in una dimensione mitica e collettiva: un incontro tra Anime, dove il transfert non è la ripetizione di traumi infantili con i genitori, ma è l’attivazione del mondo dei miti e degli dèi (gli archetipi). L’attrazione o il conflitto in terapia non appartengono a “Jung” o “Sabina”, ma alle immagini consce e inconsce collettive che chiedono di esprimersi aldilà del piano personale e soggettivo. Il terapeuta allora, come un “vaso”, non deve interpretare e “risolvere” il transfert per eliminarlo, ma contenerlo permettendo alle immagini di trasformarsi spontaneamente senza giudicarle moralisticamente come giuste o sbagliate, salvatrici o distruttrici, e così via. Il pericolo, infatti, è sempre quello della letteralizzazione: per Hillman il fallimento di Jung con la Spielrein nacque dall’aver “letteralizzato” l’archetipo dell’Anima. Jung visse l’esperienza sul piano fisico e personale, anziché comprenderne il valore puramente psichico, immaginale e collettivo.

Il legame tra Jung e Spielrein, e il conseguente tradimento, fu infatti il catalizzatore segreto di eventi importantissimi per il mondo: perché impose la necessità di regole istituzionali rigide all’interno del movimento psicodinamico. La rottura con Freud portò a capire che, se dalla parte di Freud la condotta dei terapeuti poteva distruggere la credibilità della neonata disciplina, dalla parte di Jung era possibile fondare nuove scuole e approcci psicodinamici. Quando nel 1955 nacque ufficialmente lo IAAP (International Association for Analytical Psychology), la gestione del controtransfert divenne il pilastro centrale della formazione. Nacque così l’analisi didattica: per evitare ripetizioni del caso Spielrein, si stabilì l’obbligo tassativo per ogni futuro analista di sottoporsi a lunghissimi anni di terapia personale prima di poter esercitare la professione. Il setting terapeutico ha subìto una mutazione radicale dai primi del ‘900 a oggi, andando di pari passo alla rivoluzione sociale dei costumi relazionali e passando da una sperimentazione pionieristica a una regolamentazione ferrea, per cui oggi qualsiasi violazione dei confini (sessuale, economica o emotiva) comporta la radiazione immediata dagli ordini professionali e potenziali risvolti penali. Il setting contemporaneo riconosce una disparità di potere intrinseca tra terapeuta e paziente. Il professionista ha la responsabilità totale e unilaterale di mantenere la distanza di sicurezza. D’altra parte, essendo oggi riconosciuta la dignità e il diritto delle emozioni e dei sentimenti personali aldilà di ogni differenza e di ogni moralismo, il controtransfert (l’insieme dei sentimenti del terapeuta verso il paziente) non è più un tabù da nascondere, ma lo strumento clinico principale, e viene monitorato attraverso la supervisione con colleghi più esperti.

Le determinanti archetipiche della patologia d’amore

L’obiettivo della terapia, tanto quella individuale quanto quella della coppia, è quindi riconoscere le determinanti archetipiche sottese alle dinamiche relazionali del transfert e del controtransfert. Per far ciò occorre saper leggere in quelle dinamiche gli atteggiamenti, gli immaginari e le trame affettive tipiche dei miti, ovvero degli archetipi dell’inconscio collettivo. Un mito molto diffuso nella coppia e presente nel transfert erotico è quello di Eros e Psiche, descritto da Apuleio nelle Metamorfosi. “La loro lunga separazione, le fatiche di Psiche e i loro reciproci tormenti – l’esser bruciati, incatenati, trascinati – presentano le immagini dell’ossessione erotica in una gamma completa anche dei suoi aspetti sadomasochistici. Senza le ali di Eros l’anima non può levarsi al di sopra delle sue immediate coazioni, non può raggiungere una prospettiva. Affinché la nostra psiche possa unirsi legittimamente con il creativo e portare a una nascita santificata ciò che reca in sé, dobbiamo, evidentemente, vivere la nostra perdita dell’amore primordiale attraverso il tradimento e la separazione, e insieme capire il nostro rapporto sbagliato con l’eros – l’assoggettamento, la servilità, il dolore, la tristezza, la nostalgia: tutti aspetti della mania erotica. Come dice Jung, «poiché l’ardore dell’amore tramuta sempre la paura e la coazione in un più alto e libero tipo di sentimento»“ (Hillman, Il mito dell’analisi).

Se la storia d’amore tra Jung e Sabina fu la storia degli albori della nostra psicoterapia, allo stesso modo essa conteneva le determinanti archetipiche dell’esperienza prima del tradimento della paziente, che come Psiche viene prima salvata e poi tradita nell’amore terapeutico. Possiamo riconoscere nell’apertura iniziale del Puer Jung/Eros alla bellezza della semplicità, della purezza e dell’acutezza della Spielrein/Psiche – che come prima immagine di Anima si concede ciecamente all’Eros e lo costringe poi alla fuga e alla ritrattazione in quanto immaturo di fronte alla responsabilità imposta dalla Grande Madre/Afrodite -, il simbolo sia di come gli amanti affettivamente immaturi tendono a fare tra di loro, sia di come agisce una terapia di coppia secondo gli archetipi dell’amore patologico. Uno sguardo attento all’ascolto della storia archetipica deve scendere in profondo per saper vedere in essa il comunemente invisibile, quello che gli stessi pazienti non riescono da soli a vedere al momento del tradimento o della lite, nonostante essi siano stati anche imbottiti di spiegazioni psicologiche e teorie. Se lavoriamo solo su ciò che è razionale e visibile (chi ha ragione o torto, chi ha detto cose vere o false, chi ha alzato la voce e chi no, chi ha chiesto scusa per primo ecc.) ci fermiamo soltanto alla superficie e nell’evidente, ma la raccolta delle evidenze appartiene più all’avvocato o al giudice che agli amanti e allo psicologo della coppia. Gli archetipi dell’amore staranno sempre lì, pronti ad agire: allora conoscendo la trama archetipica, possiamo ben distinguere le parti in gioco nella dinamica affettiva patologica, e addirittura presagire come quella dinamica tenderà ad andare a finire. Riconoscere lo schema archetipico ci permette di intervenire direttamente sull’immaginario, che essendo mitico e narrativo sarà già in comune agli amanti, ritrovandosi già la visione comune del sistema di parti psichiche nel cui gioco essi sono inseriti.

La prima determinante archetipica da riconoscere nel lavoro della coppia è dunque quella della proiezione dell’attaccamento infantile e della sua proiezione sull’altro, di cui è responsabile la diade archetipica Puer (Eros)-Grande Madre (Afrodite). Essendo l’Eros un fattore inconscio, oscuro e invisibile, esso deve anzitutto passare per la coscienza, una parte dell’anima all’inizio inconsapevole e “ingenua” come Anima-Psiche. La coscienza improntata ad Anima, la coscienza dell’Anima, è prima di tutto consapevolezza dell’energia inconscia. Anima-Psiche porta la possibilità di conoscere lo sconosciuto inconoscibile Eros; porta a domandarsi: in che modo questa persona, questo evento, questo sentimento, che è ora il contenuto della mia riflessione, produce questa energia psichica? Questo è esattamente il punto di vista della psicologia del profondo. E questa è la ragione per cui, come dice Hillman, solo l’Anima – e non il Vecchio Saggio, né Madre Natura, né l’Eroe – è l’archetipo della vocazione psicologica. È anche la ragione per cui il “fare anima” precede l’individuazione di sé nel mondo. Perché, prima di poter diventare esseri consci delle nostre potenzialità, dobbiamo arrivare a sapere che siamo inconsci, e dove, quando, e fino a che punto. Guardare e osservare l’Anima nella sua dynamis richiama Eros e le sue fantasie creatrici, e l’apparizione di Eros per Psiche può per noi essere l’appel du vide, la vertigine della libertà di scegliere nella coppia attraverso l’immaginazione, e della possibilità di creare un nuovo atteggiamento nel momento di crisi.

Il ritiro delle proiezioni e il passaggio creativo dalla dipendenza alla libertà

Ciò che infatti dall’amore reciprocamente ci si aspetta è che l’uno si ponga come oggetto esclusivo all’interesse dell’altro, e che l’altro riponga nell’uno il proprio esclusivo oggetto di interesse. In tal modo però ciascuno dei due, entro il rapporto, non può recuperare la propria autosufficienza, perché, così facendo, toglierebbe al partner il modo e la sostanza stessa di quel tipo d’amore. Questa modalità d’esser amanti, quella “interdipendente”, è ancora oggi quella usuale, nonostante che gli immaginari di dipendenza e oggettivazione reciproca (“non posso fare a meno di te”, “tu sei mia”, “vivo per te” ecc.) siano andati a ridursi negli anni con l’avanzare e l’affermarsi del valore della libertà di espressione di sé stessi e dell’affermazione della propria diversità. Esiste infatti un’altra modalità d’amare e di stare in una relazione, quella “intersoggettiva”, ovvero dove i due partner non si vedono soltanto come oggetto del desiderio dell’altro, ma si pongono tra loro anche come soggetti diversi, e si stimano e rispettano anche nelle differenze reciproche. Nella sola modalità interdipendente è tuttavia difficile, ai due della coppia, concepire che altri e diversi sensi dell’amore, oltre quelli che si offrono a vicenda, possano farsi presenti in altri e diversi incontri con il mondo: tanto è vero che gli amanti, quando spinti da nuove fantasie e interessi, pensano di cercare altrove, ma immediatamente sono pronti a spiegare il loro tentativo d’apertura come tradimento. Così il rapporto si chiude nella ripetitività di domande e di risposte sempre uguali e ciascuno dei due finisce, di sovente, con l’accusare l’altro dello spegnimento del desiderio e della propria esistenza, o col rinfacciargli di non aver saputo mantenere la promessa di un costante e progressivo arricchimento della vita entro il rapporto. Ciò che quindi impedisce il realizzarsi intersoggettivo del rapporto duale è proprio la negazione dell’istanza della libertà di espressione di sé stessi e di soddisfazione di quei bisogni propri che si differenziano o si allontanano dalle richieste del partner (per un maggiore approfondimento della tematica nel transfert psicanalitico, vedi Silvia Montefoschi, “L’uno e l’altro”)

La modalità interdipendente è di solito la prima nel relazionarsi all’amante anche in quanto riproduce la ricerca di quell’amore incondizionato, tipico dell’attaccamento materno, e che tuttavia si rende impossibile e insensato a ricercarlo dal partner. Quando è l’unico modo di amare concepito, diviene impossibile il vedere l’altro in altri modi che colui o colei che deve soddisfare i nostri bisogni, e nel confronto e la crisi l’urgenza di considerarlo come soggetto piuttosto che oggetto del nostro desiderio inesorabilmente fallisce. Cercando nell’altro soltanto una persona che soddisfi i nostri bisogni sessuali e di accudimento, il partner viene idealizzato e si crea una dipendenza non bilanciata tra il bisogno di libertà e quello di indipendenza. In psicologia archetipica si parla allora dell’inflazione dell’archetipo della Grande Madre e del Puer Aeternus. Nel nostro sistema sociale il rapporto madre-figlio è il primo ed esclusivo rapporto entro il quale l’essere umano si pone; ma senza altri modelli di rapporto, quello tra madre e figlio diviene così anche il motivo unico della stima e della ricerca dell’altro in un rapporto amoroso; così che ad ogni nuovo tentativo di aprirsi all’intersoggettività, gli amanti finiscono in una pericolosa interdipendenza, che invece di condurli a conoscere e ad amare incondizionatamente le diversità dell’altro, li limita e li fa chiudere in essa, e in essa essi rinnoveranno inevitabilmente l’esperienza di abbandono e tradimento, a un certo punto inevitabili del rapporto materno. Per farsi soggetto con l’altro, l’amante deve invece distinguersi e differenziarsi dall’altro, così come a un certo punto il bambino cresciuto deve differenziarsi dalla madre; il che comporta, a sua volta, la necessità di recuperare la propria libertà o autosufficienza. Sicché per il bambino come per l’amante interdipendente diventa necessario compiere il bisogno dell’autonomia, che lo recuperi a sé stesso come soggetto. Ciò vuol dire rompere il gioco perverso del reciproco appagamento dei bisogni e del sacrificio reciproco della libertà: vuol dire aprire un conflitto nel rapporto stesso, che viene con l’originario vissuto di abbandono e tradimento. Il sentimento di impotenza si trasforma nell’ira contro chi ha il potere di tenerci nella dipendenza, e il nostro desiderio di libertà diviene volontà distruttiva contro l’amante, l’inevitabile conseguenza e il triste epilogo del vincolo simbiotico che nega la libertà nell’amore.

Dunque, come fu per Jung e la Spielrein e come prima o poi è per ogni relazione prima ancora di tradire, il confronto con Anima e Animus vuol dire conflitto, ma il conflitto è anche un modo tipico di porsi in relazione con l’inconscio collettivo. Niente media l’inconscietà e il collettivo meglio della confusione, della rabbia, della sofferenza. Come ricorda Hillman, la pace e l’armonia della coppia viene dall’unione di Afrodite con Ares, il dio della guerra e dell’aggressività: “nel mito Armonia è la figlia della Guerra e in filosofia harmonia è inseparabile da contesa e discordia” (Hillman, Anima). Quando non riusciamo a soddisfare i nostri desideri e a sentirci connessi con l’altro, inizialmente viviamo sempre un forte vissuto di insoddisfazione, dovuto alla riattivazione di quel complesso materno collegato al vissuto dell’abbandono, così come determina l’attivazione del complesso archetipico Puer-Grande Madre. Nel conflitto col partner ciò può condurci a quella grande rabbia e frustrazione del Puer, nonché alla tristezza del suo senso del limite, fino alla delusione verso l’amore e verso l’altro, e alla depressione nella relazione. Così noi ci ostiniamo ad accusare l’altro, mentre l’origine del problema è sempre dentro di noi, nell’origine del nostro stesso desiderio. L’energia o libido parte infatti dal centro della psiche e sempre ad esso tende a tornare.

Su questo Jung redarguiva: “Tu non devi intervenire sull’Altro, ma su di te, a meno che l’Altro richieda il tuo aiuto o la tua opinione. Comprendi tu quello che l’Altro fa? Mai… D’altronde come potresti? E un altro comprende ciò che fai tu? Da dove ti viene il diritto di avere opinioni sugli altri o di agire su di loro? Tu hai trascurato te stesso, il tuo giardino è pieno di erbacce, e tu vuoi insegnare al tuo vicino l’ordine e fargli notare i suoi difetti! Perché hai da tacere sugli altri? Perché ci sarebbe molto da dire sui tuoi propri demoni.(…) divieni vittima della tua presunzione, e così la aiuti a fare la sgualdrina. Oppure credi di dover prestare il tuo vigore umano alla tua anima o agli dèi, o che sia un’opera utile e pia far valere gli dèi sull’Altro? Sei accecato, questa è presunzione cristiana” (Jung, Libro Rosso, Prove, 5). La delusione e la frustrazione dovuta al mancato raggiungimento del soddisfacimento del proprio desiderio dall’altro attiva allora la riflessione psicologica, un processo fondamentale attraverso cui l’Io può riuscire a riportare la proiezione sull’altro dei propri contenuti verso sé stessi. L’Io può comprendere che il rimanere inappagati nel non trovare nell’altro la soddisfazione del proprio bisogno è più che ovvio perché l’altro è sempre una persona diversa da noi, con anche altri desideri e bisogni. Ma se l’Io rimane nella proiezione di un ideale di sacrificio e colpa continuerà a prendersela con l’altro e tenterà di sferrargli il desiderio sottoforma di giudizi e attacchi rabbiosi, ciascuno dei quali non farà altro che tornargli indietro come l’inesistenza di quell’amore incondizionato desiderato. Questa continua proiezione sull’altro, infatti, è un mero condizionamento di quell’amore invece sincero e puro per l’altro, che ovvero non si aspetta altro indietro che soltanto che l’altro sia sé stesso e sincero. Ritirata la propria proiezione, potremo invece renderci conto che quell’altro ideale… siamo noi, è la nostra Anima-Animus. Ma più ci nutriamo invece del transiente appagamento del sacrificio che richiediamo per soddisfare i nostri bisogni, più ci fissiamo a un modello relazionale di co-dipendenza ricercando quello impossibile tra madre e figlio, e che con il partner prima o poi avrà il suo tempo.

Sono quindi tre i processi di cambiamento che siamo chiamati ad attuare attraverso la terapia di coppia per raggiungere un grado di stabile benessere e soddisfazione nelle relazioni: 1) abbandonare la ricerca dell’immediatezza della soddisfazione del proprio desiderio dall’altro, 2) ritirare le proprie proiezioni sull’altro e concepire in esse la qualità degli oggetti del proprio eros, 3) ritornarli a noi stessi come dedizione spirituale per la propria anima attraverso il riconoscimento di un significato e di uno scopo superiori all’agito proiettivo nei confronti dell’altro. Come ricorda spesso Galimberti, essere sé stessi non significa aderire a una presunta autenticità, ma accettare le contraddizioni interne che ci abitano. In terapia noi lavoriamo sulle contraddizioni che la coppia manifesta tra le diversità dei due partner come proiezione delle contraddizioni interne alla loro psiche.

Il distacco dell’immagine proiettata della mia anima sull’altro, ovvero della figura dell’Anima dall’archetipo della Grande Madre, è un processo la cui importanza corrisponde anche all’importanza del distacco del carattere trasformatore, e della maturità affettiva che porta, dal carattere elementare del femminile e dalla sua immaturità emotiva. Scriveva Erich Neumann: “L’Anima è la portatrice per eccellenza del carattere trasformatore. Essa è il fattore che muove e spinge alla trasformazione; la sua fascinazione spinge, alletta e incoraggia il maschile ad affrontare tutte le avventure della psiche e dello spirito, e ad agire e creare nel mondo esterno e interiore. […] Mentre il carattere elementare dell’archetipo del femminile tende in definitiva, con il suo predominio, a dissolvere l’Io e la coscienza nell’inconscio, il carattere trasformatore dell’Anima opera esercitando una fascinazione ma non obliterando; esso conduce la personalità al movimento, al mutamento, e, in definitiva, alla trasformazione. Anche questo processo è legato a un rischio, spesso a un rischio di morte, ma quando esso conduce realmente al crollo dell’Io, ciò avviene sempre a causa del predominio della Grande Madre o anche dell’Uroboro materno sull’Anima, a causa, quindi, di un distacco incompleto dell’Anima dall’archetipo della Madre” (Neumann, La Grande Madre). Nel ritiro delle nostre proiezioni di Anima, distacchiamo anche le immagini dell’Anima dalla Grande Madre, e ciò comporta il riconoscimento che la maggior parte dei difetti che non sopportiamo nell’altro… sono i nostri! Questo è propriamente ciò che Jung ha chiamato “proiezione”: le caratteristiche che il tuo Io rifiuta non scompaiono, ma ti muovono dall’Ombra, e da lì si fissano su tutto ciò che di simile ti circonda. Senza la consapevolezza di star proiettando sull’altro, dovuta alla soggezione all’archetipo della Grande Madre, la persona che giace al nostro fianco resta lo schermo sul quale i nostri contenuti psichici rimossi di Anima vengono proiettati e riprodotti.

Il segnale più chiaro che nel nostro modo di vedere e giudicare l’altro è attiva una proiezione, è l’intensità emotiva della propria reazione. Ogni volta che la risposta è ampiamente sproporzionata, o caricata di ostilità non giustificata dai fatti, noi già non stiamo più davvero reagendo ai fatti, ma al nostro stesso materiale rimosso. Lo stesso meccanismo opera anche all’inverso, attraverso la “fascinazione”: quando il partner appare profondamente brillante o quasi superumano, noi stiamo vedendo la nostra brillantezza misconosciuta, che ci ritorna ai nostri occhi. La forza della nostra ammirazione, allora, è la nostra stessa forza.
La proiezione è difficile da riconoscere perché non è mai interamente un errore di valutazione. Quando è il complesso della Grande Madre a operare attraverso di essa, noi non stiamo affatto allucinando: il partner potrebbe essere genuinamente indisponibile emotivamente, il capo al lavoro potrebbe essere davvero esigente, le relazioni potrebbero essere veramente fallimentari, e così via. Queste percezioni contengono un elemento reale, ciò che rende la proiezione davvero difficile da ritirare. In questi casi, il complesso non è attaccato a nessun proprio immaginario proiettato: esso si attiva perché trova un gancio reale nell’altro, e regge il suo peso distorto. Per questo è così difficile lavorare col complesso della Grande Madre: il mondo esterno continua a confermare ciò che il nostro trauma o complesso, attivato da esso, conosceva precedentemente, e la realtà fornisce sempre abbastanza prove per mantenere attiva la proiezione come meccanismo protettivo da esso. Questo spiega anche il motivo perché, nelle problematiche relative a tutte le dipendenze – non solo quelle affettive ma anche ad esempio nelle tossicodipendenze -, che sono sempre sotto il dominio della Grande Madre, la terapia non funziona attaccando direttamente l’Io per castrare le sue proiezioni.

Lo sviluppo psicologico che noi seguiamo dalla nascita inizia con uno stadio “matriarcale”, in cui domina l’archetipo della Grande Madre, e in cui gli eventi psichici dell’individuo e del gruppo sono diretti dall’inconscio. In questa sede ci interessa la descrizione del mondo psichico e, in generale, dell’archetipo del Femminile. Come ricorda Neumann, “l’immagine archetipica della Grande Madre vive sia nell’individuo, sia nel gruppo, sia nell’uomo, sia nella donna. Quando, perciò, affermiamo che nello sviluppo dell’umanità il mondo matriarcale precede il mondo patriarcale, non ci riferiamo a una sequenza di strutture sociologiche. Il dominio dell’archeripo della Grande Madre costella la situazione psichica primordiale, in cui la coscienza si sviluppa solo lentamente, rendendosi libera, con una graduale emancipazione, dal predominio dei processi direttivi dell’inconscio. Mentre gli inizi dell’età psicologica matriarcale affondano nel buio della preistoria, la fine di essa emerge per noi all’inizio del tempo storico a noi noto, in uno sviluppo grandioso. L’età matriarcale viene sostituita dal mondo patriarcale, in cui domina l’archetipo del Gran Padre o del Maschile, con il suo differente simbolismo, con i suoi differenti valori, con le sue differenti tendenze” (Neumann, La Grande Madre). Il Padre, come archetipo, è quindi quell’archetipo del maschile che si associa all’archetipo Anima-Animus nel passaggio tra la modalità interdipendente e quella di intersoggettività, portando il Puer oltre il proprio senso del limite e oltre i condizionamenti imposti dalla Grande Madre, verso la realizzazione di sé nel mondo.

Il Puer oltre la seduzione della Grande Madre: Ermes e il Padre

L’archetipo del Padre è l’unico a poter limitare o annullare lo strapotere della Grade Madre e il suo influsso seduttivo. Nel mito, un’immagine rappresentante l’ambivalenza seduttiva della Grande Madre è quello di Circe, che raffigura molto bene ciò che può fare l’Anima junghiana nella proiezione della Grande Madre: l’Anima è affascinante, seduce, incanta, soprattutto trasforma chi ha la sorte di incontrarla, ma come Grande Madre può far regredire a uno stato inconscio e selvaggio. E lo fa mutando gli esseri umani in animali – soprattutto maiali, una bestia tradizionalmente ingorda, sporca e che sguazza nel fango: parrebbe quindi a prima vista degradarli, farli regredire a uno stadio molto basso, umiliarli, e questo si direbbe il contrario di quanto dovrebbe fare una immagine di Anima o una Madre, come guida spirituale che conduce verso l’evoluzione e avvicina allo spirito. Potete allora vedere chi è preso dal suo incantesimo facilmente incantarsi dalla bellezza dei discorsi e dell’immagine degli altri, prostrarsi loro e organizzare costose cene, eventi lussuosi, cerchie di favori e contatti, un gioco di continua seduzione, complimenti, promesse, giochi di potere. Circe opera in questi un incantesimo che svela la natura più laida, immatura e imbarazzante delle sue vittime, mostrando apertamente chi, o meglio cosa, si nasconde in essi. Qui non dobbiamo essere moralisti o giudicanti: l’Anima opera uno svelamento dell’ombra di ognuno: chi ha la natura di maiale, diventa tale; chi l’avesse di cane o leone, si muterebbe in cane o leone. L’anima, anche come Circe, comunque rivela i nostri lati più oscuri per renderci coscienti di essi e permetterci di integrarli. Infatti i marinai non restano porci: alla fine, prima della partenza, tornano uomini, ma con il ricordo indelebile di quella parte di sé più volgare e materialista che tenevano rimossa e sublimata. Con il suo fascino e i suoi sortilegi, Circe è chi conduce l’uomo alla sua animalità. Per Ulisse diventa allora necessario l’intervento di Ermes, mago artista della menzogna, che gli dà l’allium nigrum – l’essenza che cresce sulla stessa terra-Madre di Circe – per annullare i sortilegi della maga: “inganno si contrappone ad inganno”. Solo cosi Ulisse può essere se stesso e riconoscere in lei l’Anima senza proiettare su di essa l’immagine della Grande Madre strega, e senza subire il fascino di Circe come sortilegio incantatore e dover regredire allo stato animale. Circe e Ulisse possono così amarsi senza regressione, ed Ulisse-Ermes è qui in grado di operare sotto l’influsso ideativo e operativo dell’archetipo del Padre, attivato strategicamente per separare le due imagini nella proiezione.

Questo passaggio è delicato e complesso, e per essere superato necessita d’una certa apertura mentale. Oggi invece c’è questa pericolosa moda, tra gli psicologi, a voler banalizzare e rendere tutto una semplice regoletta. Forse colpa del counseling, o forse colpa del neopuritanesimo laico e positivista dilagante nelle ultimissime generazioni, fattostà che gli immensi e ineguagliabili sforzi di personalità geniali come Freud, Jung, Hillman, vengono evaporati dalla psicologia spicciola, che – fomentata dal titanico archetipo del Monos – seduce colleghi e colleghe a vendere banali soluzioni uniche per questioni estremamente complesse. Una soluzione purtroppo diffusa, scambiata per l’allium nigrum di Ermes, è quella che se lui o lei non vanno bene, se si litiga o c’è violenza, fascinazione o provocazione, allora significa che non è amore, e che si debba chiudere quella porta per poterne aprire un’altra. Eppure, lo sanno tutti che le porte, come sono fatte per essere chiuse, sono fatte anche per essere riaperte. E difatti, a meno che ogni volta non abbandoniamo e distruggiamo tutto, gli amori come gli ex tornano sempre, e cosi anche i loro ricordi. Opera del dio Eros; e gli dèi da lui toccati non hanno potere contro di lui. Contro amore, creatività, passione non c’è forza che tenga, a meno di perdere l’anima. Come insegna il mito, c’è un motivo più grande, uno scopo superiore a ogni nostra possibile ragione: Eros crea e ricrea il mondo tessendo le complesse trame delle trasformazioni attraverso gli incroci e gli incontri da lui orditi. Il dio delle porte e dei passaggi, Ermes duplex o Giano bifronte, è un aspetto dello stesso Eros, perché ogni incontro passa per una porta che si apre e unisce i due mondi per contaminarli e trasformarli ancora. Se gli ex tornano come i soliti schemi nella coppia, e se noi gli chiudiamo la porta in faccia, comunque li vedremo e dovremo parlarci come immagini, come sogni, come ricordi, e in una forma di noi regredita. Ci ossessioneremo nelle nostre riflessioni, o succederà tutto di nuovo col prossimo amante. Gli amanti, attraverso il modo dell’amore dell’archetipo del Padre (Zeus ed Ermes), imparano proprio per prove ed errori, per tradimenti e illusioni, per gioie e dolori. “Obscurum per obscurius, ignotum per ignotius” è il motto degli iniziati ai passaggi e alle trasformazioni di Eros, e se vogliamo seguire l’Anima che, attraversando le sue porte, ci porterà ai suoi misteri più profondi.

La rivoluzione sessuale degli anni 60-70 ha inteso sottrarre la sessualità al dominio della religione, per liberarla dal senso di colpevolezza e di peccato a cui l’avevano associata i 1600 anni di cristianesimo confluiti nel puritanesimo iconoclasta cattolico. Così laicizzata, la sessualità diventa però avventura erotica, gioco ed esperienze di piacere fini a sé stesse. Nello stesso tempo questo sesso desacralizzato, qualora sviluppato oltre il mero sfogo di una funzione pulsionale, nella coppia è però diventato l’equivalente di una funzione igienica, di un gioco di società o di potere, un modo per posizionarsi socialmente, generando dei sottoprodotti della rivoluzione sessuale di dubbio valore, come il playboy o la pornografia. Senza dubbio il sesso-gioco è un’attività divertente del tempo libero, utile a prendere confidenza col partner e ad esplorare il potere del corpo. Ma che ne è stato della sessualità come forma di iniziazione agli stati di coscienza e all’amore spirituale? Da spirito-guida della creatività nel regno del sacro e del divino, Eros e i suoi fratelli vengono oggi più che altro considerati come un istinto animale o un bisogno. Per riscattarlo invece come aspetto spirituale, serve metterlo in Ermes e nel suo Padre Zeus. Allo stesso tempo, il mito di Afrodite, dea della bellezza e madre dell’amore, è un’alternativa tanto all’atteggiamento giudaico-cristiano di repressione sessuale, quanto al suo corollario contemporaneo, la promiscuità sessuale, con il senso di vuoto e futilità che l’accompagna poi nella coppia. Ricondotte ad Afrodite, le fantasie erotiche giungono per aprirci all’utilizzo creativo dei nostri mezzi per trasformare la nostra esperienza nel mondo, in modo da trasformarlo a sua volta con la nostra immaginazione, creando e ricreando nuovo senso nella relazione. Chi abbraccia la sessualità dimenticando il suo aspetto spirituale, rimane intrappolato nell’impulsività e nella compulsione, senza mai differenziare il sesso dallo scopo superiore. In modo complementare, chi sviluppa il rapporto nella spiritualità rifiutando il corpo, si conduce alla morte emotiva e all’impossibilità di sviluppare la relazione. Lei è l’origine, lei è lo scopo dell’eros in Zeus-Ermes: Afrodite, ovvero Bellezza e Amore nella diversità reciproca e nell’immaginazione creativa attraverso il cambiamento che affronta la relazione. Perché, per perseguire Afrodite, serve ricondurre Eros anche all’archetipo del Padre di tipo Zeus-Ermes?

Abbiamo visto attraverso il mito che Psiche segue Eros, e per poter stare con lui Afrodite ordisce una serie di prove evolutive, attraverso le quali Psiche viene aiutata dagli dèi, in particolare proprio da Zeus (l’aquila) e da Ermes (lo psicopompo che la porta da Persefone e la riporta in superficie, fino a guardare nel vaso di Persefone e a morire per venire resuscitata da Eros stesso e portata nell’Olimpo). Eros è uno spirito cosmogonico, creatore e Padre-Madre di ogni coscienza superiore. Ogni espansione della nostra consapevolezza accade perché Eros ci guida con il Padre di tipo Zeus-Ermes, cioè con la consapevolezza e il controllo dela scelta, attraverso l’incontro con qualcuno che il nostro Io non aveva pianificato e che non poteva controllare. Ci sono più modalità in cui ciò può avvenire – per questo Eros ha vari fratelli, gli Eroti, trasfigurando in più aspetti e più dèi, come Zeus-Ermes presentandosi sempre in nuove forme, senza stare mai fermo. La coscienza non cresce o si modifica soltanto nella logica. Cresce attraverso il coinvolgimento appassionato con ciò che è sconosciuto, attraverso il desiderio di essere formato e trasformato fondamentalmente dall’esperienza della relazione, e questo è quanto porta un Eros nel Padre Zeus e poi in Ermes. Senza un Eros nell’archetipo del Padre, la coscienza non può svilupparsi spiritualmente, perché essa cresce sempre dalla frizione generata dall’incontro con qualcuno oltre sé stessi. Il tuo Io vuole sicurezza, predicibilità, sovranità sul proprio territorio quando inizialmente sta nel Puer Eros attaccato al dominio della Grande Madre. Il Padre invece ti spinge fuori da quel territorio, e ti porta in contatto con l’altro, sia che l’altro sia una persona, una figura interiore, un lavoro creativo, una parte del mondo, o il Sé numinoso. Lo scopo è sempre quello di conoscerti conoscendo l’altro, e di trasformarti con l’altro. Di cambiare il mondo cambiando te stesso. Questa è l’essenza dell’archetipo del Padre: essere un principio creatore e ordinatore del mondo, che si attiva per cambiare ciò che va cambiato perché senza senso e protegge ciò che è importante e per il suo significato. La capacità di sostenere l’incontro senza scivolare nella regressione o nella repressione, o senza collassare nella possessione, è la misura della nostra maturità psicologica relazionale.

(Immagine: Roberto Ferri, olio su tela)

I pericoli dell’inflazione del Puer nella coppia

Dietro gli ormai comunissimi sintomi – soprattutto tra i più giovani – di ansia da prestazione, senso d’impotenza o fallimento, incertezza per il futuro e impossibilità a essere sé stessi senza condizionamenti, giace sempre il Puer che si è perso, che è rimasto solo o si sente abbandonato a sé stesso. L’archetipo del Puer Aeternus rende conto della ricchezza del mondo interiore, della futurità e del potenziale creativo. Ciò che lo caratterizza è l’immaginazione vivida, la profondità creativa e tutta la sensibilità che la maggior parte della gente non svilupperà mai veramente. Ma questo non è il problema che pone il Puer. Il problema è che tutta questa ricchezza di fantasia rimane dannatamente indietro rispetto alla vita reale, e spesso nemmeno può confluirvi. Ciò accade perché l’individuo dominato dal Puer rifiuta di accettare la realtà così come essa appare. Ma la crescita non si ferma con il suo rifiuto: va avanti comunque, e lo distrugge. La sua creatività inutilizzata, il suo desiderio irrealizzato, la sua profondità incompresa gli intossicano la vita e lo annientano. Il Puer resta così ucciso dall’unico vero fattore che poteva farlo uscire dal suo stesso problema: l’energia creativa, che poteva diventare un quadro finito, un libro scritto, una relazione portata avanti nel tempo, una vita costruita con pazienza e dedizione, vengono introvertite e diventano insoddisfazione infinita, depressione, o la ricerca compulsiva del prossimo inizio, del nuovo stimolo, del futuro amante.
Il compito non è distruggerlo, ma incarnarlo: incarnare l’artista che finisce il dipinto piuttosto che abbandonarlo nel venir meno dell’ispirazione, l’intellettuale che scrive il libro oltre che idearlo vincendo la paura di non essere abbastanza preparato, e via dicendo. Il Puer diventa così l’Eroe e avanza tollerando la frustrazione delle sue condizioni d’imperfezione, insufficienza e limitazione. Accettare di poter cadere è la condizione necessaria per imparare a volare senza pretendere di farlo non essendone ancora in grado.

Ogni persona, se non porta a termine un certo lavoro spirituale nel segno dell’archetipo del Padre, resta un bambino travestito da adulto. L’archetipo del Puer Aeternus s’inflaziona e porta al fallimento strutturale della differenziazione psichica. Ciò perché l’Io-Puer non si separa adeguatamente dalla matrice inconscia di nutrimento e contenimento del complesso materno, rimanendo nell’eterno possibilismo del limbo uterino. E così il Puer vola. Si muove da un estusiasmo all’altro. Inizia progetti ma non li porta a termine. S’innamora ma non può sostenerlo. Il pattern è sempre lo stesso: nel momento che qualcosa diviene concreto, limitato, o routinario, l’Io-Puer si lamenta e si ritira nel possibilismo. Non è questione di pigrizia, ma il terrore per il limite. Un terrore che previene la sofferenza dell’individuo che accetta la realtà coraggiosamente prendendosi la responsabilità delle proprie scelte, inchiodandolo invece a vivere di fantasie. L’Io- Puer non si stacca dalla Grande Madre perché rimane eternamente ferito. La ferita dell’abbandono è stata troppo forte, viene rimossa e diventa una condanna e allo stesso tempo un potere magico e divino: porta con sé la convinzione implicita che da qualche parte esista la persona destinata a riparare la nostra ferita, che ci ama incondizionatamente e ci capisce al volo, che soddisfa il nostro profondo bisogno d’amore. Non si tratta di romanticismo: è una fortissima strategia proiettiva della ferita. Così si sceglie inconsciamente quel partner che deve diventare il genitore buono, che finalmente provvederà alle mancanze dei caregivers. Ma il partner fallirà inevitabilmente, perché non è più possibile realizzare questo bisogno archetipico infantile. Idealizzandolo e poi svalutandolo, l’Io-Puer resta attaccato a un partner emotivamente indisponibile oppure controllante, come fu a suo tempo attratto da quel genitore non accogliente, indisponibile o controllante. Questo complesso è difficile da trattare in terapia, perché il sogno di riscatto del Puer è più eccitante della dura realtà, e la ferita d’abbandono ancora viva. Ma il Puer può essere condotto al Senex-Padre per capire che sta sprecando la vita, e per disilludersi da solo.

L’uomo o la donna che passano di partner in partner, o che criticano costantemente il proprio, stanno inconsciamente cercando qualcosa di specifico che nessun partner reale potrà fornirgli: un genitore ideale. Se non risolto, il complesso di separazione/individuazione dalle figure genitoriali fonde (e confonde) l’immagine del genitore con tutta la vita emotiva interiore dell’individuo, che così resta cronicamente nel Puer. Ciò che il complesso irrisolto porta nelle relazioni adulte è un inconscio bisogno di accoglienza e amore perfettamente incondizionati – la soddisfazione assoluta di ogni bisogno personale da parte del partner, pressoché impossibile dopo il periodo infantile. Ogni persona reale è infatti una persona finita e imperfetta, del tutto diversa da noi, con alle spalle esperienze, credenze e visioni diverse dalle nostre. Nel momento in cui il partner fallisce nel fornire ciò che il complesso richiede, l’Eros collassa, perché sotto la fragilità e insicurezza del Puer. Così il Puer vola via, oppure inizia a cercare altro nell’implicita convinzione che la prossima sarà la persona giusta. Ma non è mai così: ciò che il complesso cerca è una fantasia infantile che non esiste nel mondo là fuori. Attraverso di essa, ciò che di volta in volta affascina è illusorio, l’Io-Puer lo vede come proiezione della fantasia di amore incondizionato, che porterà la nostra salvazione. Le religioni che prevedono escatologicamente la salvazione individuale dal male, come quelle ebraica e cristiana, hanno contribuito fortemente a inflazionare l’idealismo e il perfezionismo utopici del Puer. All’interno del mondo occidentale la coppia reggeva grazie a una serie di regole e precetti moralistici che prevedevano, ad esempio, un sacrificio continuo e totale per il partner, e il tradimento come peccato mortale che rompe la relazione con Dio. Il moralismo post-cattolico e puritano continua oggi a mietere vittime: con le nevrosi ossessive, con i femminicidi, con gli irretimenti familiari e relazionali, e nel mondo con le guerre come quelle attuali, che riflettono ciò che cerchiamo nel quotidiano.

D’altra parte, la maturità emotiva non è un traguardo anagrafico, è una conquista psicologica. Stare al mondo senza maturità emotiva e affettiva è come andare bendati: o vieni schiacciato dagli altri, o finisci per prevaricarli per evitare di sentire il vuoto. È l’assenza degli strumenti necessari per vedere e leggere la mappa interna propria e altrui. Per relazionarsi senza distruggersi, serve integrare attraverso l’archetipo del Padre alcuni costrutti spirituali come forze di consapevolezza: anzitutto serve avere una teoria della mente che ci aiuti a capire che l’altro ha interessi, intenzioni e bisogni diversi dai nostri. Diventa così fondamentale la capacità di “mentalizzazione” (fonagy), ovvero la capacità di vedere noi stessi dall’esterno e gli altri dall’interno, una forza che ci aiuta a leggere concettualmente gli stati mentali dietro ai comportamenti. Importante è anche la famosa “intelligenza emotiva” (Goleman), che ci aiuta a riconoscere, nominare e regolare il nostro sentire prima che diventi un agìto da proiettare pericolosamente addosso all’altro; ma, come abbiamo detto all’inizio, nel percorso terapeutico di cambiamento della coppia non è sempre possibile partire da questa parte, perché l’emotività è spesso compromessa dal dominio della Grande Madre sul Puer, che non ammette modifiche ad essa.

Quando questi processi cognitivi non si sono integrati nella psiche durante lo sviluppo, entriamo nei territori in cui il deficit di autoregolazione e di mentalizzazione diventa un marker diagnostico, e lì è pressoché impossibile modulare le emozioni attraverso la sola comprensione intelligente. Ad esempio nei disturbi di personalità borderline o narcisistico, l’immaturità affettiva non è un vizio, ma una frattura del riconoscimento dell’altro e di me in relazione con l’altro, che causa l’incapacità di regolarsi e di “vedere” proprio le emozioni. Chi ha un deficit di maturità affettiva si muove nel mondo attraverso due polarità disfunzionali: “prevaricare”, ovvero usare l’altro come un oggetto per regolare i propri stati interni (agiti, manipolazione, controllo), oppure “essere schiacciati”, ovvero non avendo confini psichici chiari si subisce l’altro non riconoscendo il proprio dolore se non quando è troppo tardi. Sviluppare maturità emotiva significa reclutare e attivare prima l’archetipo del Padre e imparare a tollerare, ad esempio, la frustrazione di un “no” o di un’opinione diversa dalla propria, oppure l’ambivalenza di amare qualcuno che ci fa arrabbiare, o ancora ci fa acquisire la responsabilità del nostro mondo interiore senza aver necessità che se ne occupi l’altro. Significa imparare ad amare prima sé stessi e ad abitare lo spazio relazionale senza agire il proprio impulso distruttivo.

L’inflazione del Puer impedisce la fusione degli opposti e ci inchioda a un’eterna oscillazione tra gli estremi. La personalità infantile non riesce a sostenere insieme opposti come luce e ombra, amore e limite, bene e contraddizione. Ciò accade perché la proiezione resta inconscia: ogni cosa o persona appare dapprima perfetta, salvifica, “speciale”, e viene idealizzata. Idealizziamo persino noi stessi; ma ogni idealizzazione contiene anche la propria Ombra. Più difendiamo un’immagine ideale, più l’inconscio agisce nell’oscurità. Così ciò che prima veniva venerato, inizia lentamente a essere svalutato, odiato o vissuto come persecutorio. È il movimento tipico della psiche infantile: prima l’elevazione assoluta, poi la distruzione. Per Jung, l’individuazione inizia quando smettiamo di identificarci unilateralmente con il bene o con la perfezione, unendoci all’opposto che temiamo o rifiutiamo. Molte persone credono ancora che una relazione sana sia una relazione senza opposizioni né insicurezze. In realtà ciò è pressoché impossibile in quanto il mondo e l’amore stesso vanno per opposizioni, e le insicurezze fanno parte della comune esperienza umana. La differenza non sta nell’assenza della paura, ma nella qualità della risposta che riceviamo quando quella paura emerge. Quando troviamo qualcuno che non minimizza, non giudica e non fugge davanti alle nostre vulnerabilità, il sistema nervoso si rilassa e il legame diventa una base sicura. Le relazioni mature non eliminano le ferite interiori, ma creano uno spazio in cui possono essere consapevolmente viste, accolte e lentamente trasformate spiritualmente. È così che le forze opposte dentro e fuori di noi, come Anima-Animus, Maschile e Femminile, non sono più vissuti soltanto come opposti incompatibili, ma diventano forze complementari che partecipano insieme alla generazione di ogni creazione, e alla ricostruzione dell’unità del Sé attraverso la relazione.

Nell’Apologia di Platone, Socrate dice che “non si può guarire una mente che si rifiuta di mettere in discussione sé stessa”, e questo vale anche nella coppia. La forza necessaria da assumere su sé stessi per riuscire a mettersi in discussione in luogo di accusare l’altro è quello spiritus paterno che, come l’allium nigrum, è capace di sciogliere o prevenire l’incantesimo della proiezione della Grande Madre, e permette di ritirarla per assumere su di sé le proprie responsabilità, le proprie colpe e le proprie scelte. Quell’aglio nero che nel mito cresce sullo stesso promontorio di Circe, è lo stesso principio attivo della seduzione contro la seduzione, dell’opposizione contro l’opposizione, del conflitto contro il conflitto. Prima o poi sarà necessario usarlo nell’amore, perché ogni amore profondo inizia in un paradiso erotico inconscio, un incantesimo fatto di proiezioni, idealizzazioni, la fusione beata della prima attrazione fatale. Poi in esso si intromette la coscienza, e il conflitto che crea è necessario per vedere la realtà dell’altra persona e di sé stessi con essa, sicché quel paradiso collassi e le proiezioni vengano ritirate. La disillusione sembra inaccettabile al Puer, e questo è il momento critico di ogni relazione. La maggior parte della gente o fugge cercando un nuovo partner sul quale proiettare nuove immagini, oppure sprofonda in una coesistenza risentita, piangendo il paradiso perduto dell’amore incosciente. In entrambe le situazioni si rifiuta il lavoro reale che porta l’Eros-Ermes: l’amore consapevole, quello reale, non è, infatti, l’estasi degli inizi e del Puer. È invece tutto ciò che viene dopo, e richiede che ci si relazioni a un essere umano reale, ovvero complesso e imperfetto, piuttosto che adorare la proiezione di un ideale di perfezione inesistente.

L’energia grezza del desiderio inconscio, quello che ricerca il Puer nella Grande Madre, dev’essere quindi trasformata nella raffinata capacità di relazionarsi consapevolmente e con responsabilità nel profondo della relazione, capacità attribuibile al Padre e a cui porta l’Eros spirituale di Ermes. In questo modo, noi non ci innamoreremo più ciecamente della nostra mera proiezione, ma potremo innamorarci veramente: quando riusciremo a guardare con gli occhi aperti il vero sguardo dell’altra persona, e accettare che guardi i nostri da un punto di vista differente dal nostro. Nel processo terapeutico, analista e amanti sono tutti coinvolti emotivamente nella relazione e la dipendenza è inizialmente reciproca. Non si deve trattare, tuttavia, di una dipendenza personale, dell’uno nei confronti dell’altro. È piuttosto una dipendenza nei confronti della psiche oggettiva, al cui servizio, nel processo terapeutico, la coppia si pone insieme al terapeuta. Sostenendo la psiche, dandole premurosa attenzione e accudendola con devozione, l’analista traduce nella vita il significato della parola «psicoterapia»: lo psicoterapeuta è, letteralmente, il servitore dell’anima, che vuole transitare ciscuno dei due amanti, per conto proprio o insieme, a un’altra modalità di relazione.

La coppia come portatrice di un modello unico di amore nel mondo

Ben oltre le idee di giusto e di sbagliato c’è un campo. Ti aspetterò laggiù” (Jalaluddin Rumi, Divan)

C’è da chiarire, a questo punto, che gli archetipi non stanno solo dentro di noi, ma anche fuori, nella società e nel mondo. Non è quindi solo la mia, la nostra patologia a essere proiettata sull’altro o sul mondo; il mondo stesso mi rovescia addosso le sue crude sofferenze. Qui la colpa della psicanalisi è stata, come suggerisce Hillman, quella di aver rinchiuso l’analisi nella solitudine individualista della stanza dell’analista, ragion per cui oggi “sono più cosciente di ciò che io stesso proietto all’esterno che non di ciò che viene proiettato su di me dall’inconscietà del mondo. Il fatto di lavorare con un paziente per due o perfino cinque ore la settimana, e magari di estendere l’intervento terapeutico all’ambiente, alla famiglia, al luogo di lavoro, non riesce a prevenire il diffondersi dell’epidemia, il contagio psichico. Per proteggerla dalla malattia dell’anima del mondo, non possiamo vaccinare l’anima individuale, né possiamo tenerla in isolamento” (Hillman, L’anima del mondo e il pensiero del cuore). A questo problema, Hillman rimanda con una proposta precisa, quella di far uscire la terapia di coppia dalla coppia stessa, contestualizzandola nelle dinamiche del contesto sociale, politico ed economico, e nei loro archetipi, nonché nell’Anima Mundi: “L’inclusione dei materiali dell’anima del mondo nella seduta terapeutica può avere un effetto pratico immediato. Ora, marito e moglie non concentrano più l’attenzione soltanto su se stessi e sul rapporto reciproco. Insieme, volgono lo sguardo sulle offese inferte loro dal mondo. Via via che si svegliano dal sonno anestetizzato del soggettivismo, la rabbia personale nei confronti dell’altro si trasforma in rabbia rivolta all’esterno, o forse addirittura in compassione. Adesso marito e moglie emergono dalla caverna più ricettivi alla possibilità di solidarietà e si incamminano insieme, compagni d’armi, nella luce del giorno satura di smog, che la psicoanalisi gli aveva insegnato essere un luogo di mere ombre, soltanto il palcoscenico e le macchine teatrali sul cui sfondo mettevano in scena il proprio dramma inter- e intra-soggettivo. Adesso invece possono analizzare, con il medesimo acume che per il passato avevano riservato esclusivamente alla propria persona, le forze sociali, le condizioni ambientali, le intenzioni delle cose su di loro. Loro, che prima facevano terapia della coppia, diventano la coppia terapeutica che ha per paziente il proprio mondo“. Occorre quindi sbarazzarsi dell’idea che la terapia serva a modificare soltanto gli atteggiamenti reciproci dei due partner, e sotto l’egida dell’archetipo del Padre occorre prendersi la responsabilità delle scelte di vita fatte, dello stile e dei modelli politici e culturali seguiti o meno dalla coppia. In pratica, occorre riconoscere in quale posto del mondo ciascuno dei due ha bisogno di andare per trovare il suo posto e diventare sé stesso, e combattere per raggiungere quel posto, rispetto a quello in cui si ritrova a giocare il conflitto con il mondo proiettandolo sul partner rendendolo un nemico invece che un alleato.

Così come nel complesso materno la Grande Madre, appagando e deludendo il Puer, lo persuade sempre più del suo bisogno e in tal modo lo trattiene in sua dipendenza, altrettanto il sistema capitalistico, per sostenersi, crea mediante i suoi prodotti sempre nuovi bisogni dell’uomo, mantenendolo così dipendente dal suo stesso sistema. E così, infine, i valori del mondo materno e i valori del mondo capitalistico trovano una sconcertante sovrapposizione. Per entrambi infatti i valori sono: il bisogno e il soddisfacimento del bisogno, la richiesta e l’offerta, il consumo e la produzione, e, di rimando, la divisione dei ruoli e la loro interdipendenza; sicché in questo mondo comune di valori trovano posto anche le reciproche posizioni: del bisognoso e del capace, del povero e del ricco, del consumatore e del produttore. Come ha osservato la Montefoschi, “si può ben dire che la dipendenza del bambino in risposta alla funzione materna si ritrova presso l’adulto istituzionalizzata in risposta alla istituzionalizzazione del sistema economico-sociale. È come se la figura parentale, in relazione alla quale l’individuo si trova in dipendenza, perdesse il carattere personale per acquistare quello generico di termine relazionale dell’uomo, e venisse cosí a costituire una “imago relazionale collettiva”, in cui si può riconoscere un Super-io sociale. Un Super-io concessivo sul piano dei bisogni e repressivo sul piano della libertà decisionale.
Si può dire allora che, mentre il modello dell’interdipendenza affonda le sue radici affettive nell’intersoggettività che lo sottende, quest’ultima non può mai affiorare alla coscienza dell’uomo come una nuova possibilità relazionale perché l’interdipendenza resta l’unico canale al suo manifestarsi in quanto unico modello di rapporto sociale
” (Montefoschi, L’uno e l’altro).

Un individuo non realizzato nel mondo riverserà allora nella coppia e sul partner le proiezioni irrealizzate e rimosse delle immagini di Anima-Animus, e la forza più distruttiva e problematica che un individuo può portare con sé è proprio l’energia creativa inutilizzata. Quando Eros, il dio cosmogonos cioè creatore di mondi, entra in Ares, la forza primaria creativa, come abbiamo visto questo cerca Afrodite, la dea dell’amore e della bellezza, per creare Armonia. Se non utilizzata, questa energia creativa non si dissolve, ma si trasforma in un veleno. Ares, dio dell’aggressività e della guerra, invece di dar vita all’opera creativa, si impone come rabbia che vuole forzare comunque la situazione, perché Ares non arretra. Rimossa e sommersa nel profondo, diventa ciò che Nietzsche chiamava risentimento, una rabbia nettuniana. La forza creativa che da lì spinge ma non può uscire spontaneamente si introverte, ma come uno tsunami esploderà in un’altra situazione. L’energia creativa trattenuta refluisce dov’è proiettata erroneamente, diventando pericolosamente distruttiva. Chi vorrebbe scrivere, inizia a rimuginare e a incolpare il partner. Chi dovrebbe insistere a costruire, comincia a vagare ma a diventare critico di chiunque tenti di farlo, il partner per primo. Chi dovrebbe fare arte si amareggia del partner che si rende visibile. Seneca notò per primo questo meccanismo sui suoi studenti, e affermò che chi sbagliava il percorso di destinazione gettava infamia sulla destinazione stessa e su chi vi si avviava, per giustificare il proprio restarvi lontano. Jung la chiamò Ombra: la parte del Sé a cui non si dà espressione non vi resta quietamente, ma si manifesta in modo violento come proiezione sull’altro. Il Daimon creativo si fa Trickster, o persino tiranno, e chi si rifiuta di servirlo coscientemente viene regolato da esso inconsciamente. L’amarezza, l’inquietudine, l’invidia, la paralisi: sono tutte differenti manifestazioni del Daimon. Invece, come diceva Maslow: “Un musicista deve fare musica, un artista deve dipingere, un poeta deve scrivere, se questi vuole infine raggiungere la pace con sé stesso. Ciò che un uomo può fare, deve essere fatto”. All’interno della terapia di coppia, nelle sedute individuali, il nostro approccio archetipico si occuperà, infine, di una vera e propria consulenza esplorativa, di avviamento o di riscatto, della carriera, della vocazione, delle competenze e dei talenti rimasti latenti o bloccati attraverso la proiezione nella relazione.

“Quanta felicità barattiamo in cambio della sicurezza? Quanti cambiamenti ignoriamo per garantirci un partner prevedibile? Se ci persuadiamo che l’esperienza umana è per natura mutevole e ciascuno di noi va incontro a un cambiamento continuo, allora possiamo dire che la sicurezza è una nostra fantasia, che cerchiamo di realizzare immobilizzando l’altro in uno schema, mentre l’avventura che promuove il desiderio è la realtà” (Umberto Galimberti).

(Immagine in copertina: Jana Brike, “Lacrime e sete”, olio su alluminio, 2022)

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